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Fare la cosa giusta
Fare la cosa giusta
di [user #116] - pubblicato il

Difficile scegliere se essere un bassista che si limita ad accompagnare, con competenza e solidità, magari dalle retrovie; oppure un virtuoso che suona con lo slap, esegue i temi e si cimenta con gli assolo. Difficile perché questa è una decisione che spetterà, sempre, al brano nel quale si è coinvolti. Sarà la musica a suggerirci se, per il bene di una determinata situazione, servono due note oppure duecento. Parola di Mario Guarini che in questa ricca intervista ci racconta il suo disco "Now It's My Turn" con Vinnie Colaiutta, Mike Stern, Richard Bona, Simon Phillips e tanti altri.
Abbiamo da poco recensito "Now It's My Turn" disco di debutto come solita di Mario Guarini.
Un album che ci è piaciuto così tanto da decidere di approfondirne la storia e la produzione con l'autore stesso.

Partiamo dagli inizi: come hai iniziato a lavorare a “Now It’s my Turn”?
L’inizio e’ stato molto complicato perché, secondo me, la cosa fondamentale quando inizi la produzione di un disco è trovare l’idea portante: quella linea guida che diventerà la stella polare capace di definire le coordinate del lavoro in ogni momento della produzione.
Nel mio caso, dovevo trovare un giusto equilibrio tra diversi elementi. Il primo era il ruolo del bassista. Dovevo armonizzare la figura tradizionale del bassista  (che è quella del musicista che accompagna, che mi rappresenta e  ricopro abitualmente nel mio lavoro di session man) con quella di bassista solista, leader del progetto: che fai i temi e focalizza su di se il fuoco del progetto.
Quindi, serviva trovare equilibrio anche  tra tutti gli stili musicali, tanti ed eterogenei, che mi rappresentavano e che avrei voluto far convivere in questo disco.

E questo equilibrio come l’hai trovato?
Facendo vari tentativi: girando, spostando e combinando vari tasselli e idee, come se fosse un Cubo di Rubik. Tra tutti questi tentativi alla fine, uno aveva un bilanciamento perfetto. Era “Now It’s my Turn” il brano che da il titolo e apre il disco. Con quella canzone sentivo di  aver finalmente trovato un canovaccio musicale che mi rappresentava fedelmente. Da quel brano, la stella polare che cercavo,  ho cominciato ad immaginare il disco nella sua interezza.

Fare la cosa giusta

A questo punto come è proseguita la fase di scrittura dei brani? 
I brani sono venuti da se, uno dietro l’altro. Era come se aspettassero di uscire.
Con le canzoni in mano ho subito iniziato la pre-produzione. Ho realizzato questa fase del processo nel mio home studio, programmando tutti gli strumenti. La pre- produzione è stata comunque abbastanza veloce, perché avevo chiara la direzione delle parti, degli arrangiamenti.

Quindi ti sei occupato anche delle parti e degli arrangiamenti degli altri strumenti?
Sì, ho scritto delle parti molto dettagliate  e complete.  Quello che senti nel disco e’ tutto arrangiato e deciso da me. Ma ho voluto che comunque i musicisti avessero la possibilità e libertà,  in questa griglia, di esprimere tutta la loro personalità . 

E non temevi che invece arrangiamenti così definiti, limitassero la creatività dei musicisti?
Molti dei musicisti che ho scelto sono session man navigati, abituati a dare il meglio di se con una parte davanti. Sono artisti capaci di fare un assolo efficace e  ben costruito anche se hanno misure contate a disposizione. Capacità non facili da trovare in tutti i musicisti...

Come hai scelto i musicisti per questo disco?
Mi sono affidato alle persone con cui lavoro spesso. Con ognuno ho condiviso decine di palchi e di progetti. Questo garantiva feeling e una grande stima reciproca. Sono persone con cui bastano poche parole per capirsi. Ho cercato di assegnare a ogni musicista i brani che potessero permettergli di esprimere al meglio attitudine e caratteristiche. Volevo che si sentissero a casa, così da  poter dare il meglio di se.
Per esempio,  nel pezzo con Richard Bona, ho coinvolto Cristiano Micalizzi alla batteria e Carlo di Francesco alle percussioni perchè sapevo che conoscevano quel linguaggio. Ho coinvolto musicisti attenti e sensibili che in ogni passaggio suonato ci mettevano del loro, incastrandosi perfettamente con quanto era stato costruito fino a quel momento.

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Non sarà stato facile far coincidere gli impegni di tutti questi professionisti per organizzare le registrazioni…
Infatti. Tutti i musicisti coinvolti sono molto impegnati. Trovare finestre comuni e’ stato davvero problematico e ha, ovviamente, rallentato i tempi di realizzazione.

Tu, nel frattempo, per dedicarti al tuo disco, avevi messo in stand by la tua attività da session man?
No, assolutamente. Anzi, proprio durante la realizzazione del disco ho affrontato due tour molto impegnativi: “Con Voi Tour” di  Claudio Baglioni e “Capitani Coraggiosi”  con Baglioni e Gianni Morandi.  Due grosse produzioni che naturalmente hanno assorbito molte energie e tempo.

Come hai gestito le registrazioni dei musicisti stranieri coinvolti?
Non volevo che queste registrazioni avvenissero a distanza oppure on line: volevo farle di persona, in studi veri così poter condividere la musica e catturare il sound live.
Naturalmente, una decisione di questo tipo, dal punto di vista logistico e con musicisti così impegnati ha richiesto una buona dose di pazienza e testardaggine. E ha allungare ulteriormente i tempi di realizzazione del disco…

Eppure è una decisione che ti ha premiato. Di questo album colpisce proprio la naturalezza e il respiro live delle esecuzioni. In alcune si avverte davvero il senso di interplay, di scambio...
Questo era uno dei miei obiettivi principali; ero consapevole che non saremmo riusciti sempre a suonare tutti assieme. Ma, ciò nonostante, non volevo che il disco suonasse inscatolato e freddo.
Il segreto e’ stato essere io sempre presente; risuonare ogni volta le mie parti dal vivo, con ogni persona che registrava. Cercando di interagire con ognuno.
Io avevo talmente tutto chiaro (arrangiamenti, atmosfere, sviluppi del brano) che suonando live con i vari musicisti riuscivo a indirizzare le loro dinamiche esecutive nel modo più’ corretto. Ho davvero fatto così con ognuno dei musicisti coinvolti. 

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Quindi hai suonato fianco a fianco con delle autentiche leggende...
Suonare  con ognuno di questi personaggi mi ha permesso di vivere delle esperienze umane incredibili. Sono musicisti eccezionali, con un bagaglio di esperienze e aneddoti tale che, veramente,  non basterebbe un libro per raccontarli tutti.
Vedere la cura con cui Simon Phillips fai i suoni di batteria; sentire Richard Bona raccontare del suo incontro con Zawinul e sentirlo cantare una melodia  più’ bella di un altra per una parte; vedere e sentire  Vinnie Colaiuta suonare a un metro, ascoltare le sue esperienze di vita e’ stato unico. Quello che però colpisce maggiormente e’ osservare quanto per questi artisti tutto risulti naturale. Ti emoziona la facilità con cui si muovono nella musica, quanto siano a proprio agio.  Hanno così tanta esperienza da far sembrare tutto semplice. Il che, naturalmente, li porta anche a essere molto veloci nel realizzare il loro lavoro. La capacita di questi musicisti di entrare in un brano e dare il meglio è ineguagliabile 
Quando lavori con questo livello di musicisti, tutto quello che avviene e’ straordinario.

Raccontaci qualcosa in più di Colaiutta…
Nel caso di  Vinnie, tutto quello che senti nel disco e’ la sua prima e unica take, suonata dopo un ascolto del brano. Non solo ha preso tutti gli stacchi ma ha dato del suo, interagendo con tutti gli strumenti con una sensibilità’ e una attenzione rara.
Il tutto sempre con il sorriso, una grande spontaneità e una grande umiltà. Non dimenticherò le prime parole che Vinnie mi ha detto quando ci siamo incontrati: “ Grazie per aver pensato a me per questo disco: faro del mio meglio per valorizzare la tua musica”. Un approccio che molto spesso, tutti noi - che abbiamo inoltre molti meno dischi di lui sulle spalle - non dovremmo dimenticare di avere. 

Nel disco ci sono tre grandi chitarristi italiani: Max Rosati, Nicola Costa e Ciro Manna…
Ognuno di loro ha una voce originale e personale. E questa varietà di voci e  registri è un valore aggiunto che donano al disco. In Italia abbiamo una ottima scuola chitarristica: ci sono dei talenti straordinari. Ma, come dicevo prima, Max, Nicola e Ciro  sono in grado di suonare in modo straordinario anche con uno spartito davanti. E per un chitarrista non è una cosa molto ordinaria.
Nicola Costa che conosco e con cui suono da quando abbiamo 20 anni, ha preso in consegna tutti i brani con una sonorità più blues, citando nel suo apporto chitarristico Landau, Jeff Beck, Hendrix che sono mie grandi influenze.
Con Ciro Manna condividiamo lo sponsor Mark Bass e suoniamo spessissimo assieme in fiere ed altri eventi. Ciro ha portato la sua spumeggiante personalità nei pezzi più’ rock fusion con sonorità  più’ vicine a Guthrie Govan o Andy Timmons
Infine, Max Rosati si è fatto carico delle sonorità più fusion, vicine a Larry Carlton e a Mike Stern. Con Max ho suonato per anni con Massimo Ranieri e Teresa De Sio.

Hai menzionato alcune tue influenze chitarristiche. Diccene altre che, più in generale,  ti hanno ispirato nella scrittura di questo disco…
Sono veramente tantissime. In questo album c’è miscuglio delle tantissime cose che adoro: da Prince ai Red Hot; dagli Yellow Jackets a Davis; dai Whether Report a Pat Metheny; dai Police ai Beatles. Ultimamente, una forte influenza e un forte stimolo creativo li ho avuto da Avishai Cohen e Tigran Hamasian. Benché il loro genere sia diverso dal mio, sono una grande riferimento per coerenza stilistica e ricerca di personalità’ nel suono e nella scrittura.

Fare la cosa giusta

E per quanto riguarda i bassisti?
 Sicuramente tutti quelli che sono i miei idoli, affiorano chiaramente come influenze nel mio playing: 
Jaco Pastorius, Marcus Miller , Flea, Luis Johnson, Larry Graham, James Jamerson , Victor Wooten. Ma, spero e mi auguro, miscelati in un approccio originale che poi è la mia personalità.

All’inizio di questa chiacchierata hai parlato della ricerca che hai fatto per trovare un equilibrio tra il tuo essere un bassista solido che accompagna e un leader, con un approccio solistico e virtuosistico.
Alla fine, in quale di queste due figure ti trovi più a tuo agio?
Mi trovo perfettamente nel ruolo di session man perché mi piace accompagnare, mettere a proprio agio il solista o il cantante. Non ho mai vissuto questo ruolo come frustrante o riduttivo, anzi. Se servono per il bene del brano che eseguo, anche fare solo due note mi procura una grande soddisfazione.
Nel caso dei miei pezzi io ho anche il ruolo del solista; ma poi, comunque, esaurito quello spazio o quello dell’esposizione tematica,  ritorno al mio ruolo che è quello del bassista che accompagna e fa da collante. Quindi il maggiore spazio solistico che mi prendo nella mia musica, lo vedo comunque come la cosa giusta, la più funzionale all’arrangiamento, al genere.
Il punto quindi, non è se è meglio o mi piace di più fare il solista o il bassista che accompagna. Ma fare la cosa più giusta a seconda del pezzo che si suona.
Essere per la prima volta  leader mi ha reso ancora più’ sensibile, responsabile e attento nell’accompagnare.
Adesso conosco meglio il tipo di pressione che si prova nello stare in prima fila. E sono ancora più coscente che una nota in più o in meno, fatta accompagnando, può aiutare o mettere in difficoltà il solista.
Però una considerazione finale voglio farla: il nostro strumento nasce come strumento di accompagnamento. Se un bassista non prova piacere in questa dimensione, pur stando magari nell’ombra e rimanendo essenziale, e sente di non potersi esprimere al meglio, molto probabilmente ha sbagliato strumento. 
Il faro da seguire deve essere sempre il groove: se quello che suoni aiuta il brano ad essere migliore non importa quante note fai. E’ sicuramente giusto.

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