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Meet The Pro - Marco Sonzini
Meet The Pro - Marco Sonzini
di [user #45705] - pubblicato il

Qualche mese fa abbiamo avuto il piacere di incontrare Marco a Milano, ed è stata l'occasione per conoscere un grande professionista italiano che da diversi anni vive e lavora a Los Angeles, dividendosi tra i prestigiosi Henson Recording Studios e gli Speakeasy Studios LA, riferimento per molti artisti italiani e non solo.
Originario di Piacenza, dal 2009, dopo aver conseguito la laurea in Scienze e Tecnologie della Comunicazione Musicale all' Università Statale di Milano, ha completato col massimo dei voti il programma di Audio Engineering alla Los Angeles Recording School ottenendo anche le certificazioni Avid Pro Tools Operator 210 Music e 210 Post Production. 
Tra i suoi credits vanta collaborazioni con Vasco Rossi, Eros Ramazzotti, Club Dogo, Lonely Island, Kevin Bacon, Janelle Monaé, Alejandra Guzmán, The Tenors e Mark Dohner. 
Siamo riusciti a fargli qualche domanda e a strappargli anche qualche curiosità e consigliolo utile per tutti i lettori di RECnMIX e per chi si avvicina al mondo dell'audio professionale e del recording.

Ciao Marco, da diversi anni ormai lavori fuori dall’Italia, come hai maturato la decisione di trasferirti a Los Angeles? Avevi già qualche “aggancio” o sei partito all’avventura?

Sono approdato a Los Angeles nel 2009 originariamente per frequentare un corso di studi alla Los Angeles Recording School dopo la laurea triennale in Scienze e Tecnologie della Comunicazione Musicale alla Statale di Milano. È stata una ricerca durata mesi in cui cercavo di capire quale potesse essere il luogo e la situazione migliore per imparare al meglio tutto ciò che riguardasse l’audio engineering. Qualche mese prima di trasferirmi feci un tour in diverse scuole della città e la LARS mi convinse subito soprattutto per la sua struttura molto bel attrezzata con diversi studi al suo interno: una sala Neve VR 36 canali e una 72, una con un SSL 4000K G+ e una col più moderno 9000K, oltre ai vari laboratori con stazioni iMac individuali con i più comuni softwares e plugins e altre stanze più piccole con un Sony DMX R-100.
All’inizio non conoscevo nessuno e fu un vero e proprio un salto nel buio, non avevo proprio idea di cosa aspettarmi, sapevo solo che per me era il momento giusto per fare un’esperienza del genere.

Lavorando agli Speakeasy Studios e agli Henson Recording Studios hai avuto modo di collaborare con grandi artisti internazionali, cosa consigli a chi comincia e vuole inserirsi in una realtà del genere?

Fino a qualche tempo fa il percorso ‘standard’ di chi voleva intraprendere una carriera da engineer era quello di fare un internship in studio partendo dal basso (ovvero portare il caffè e lavare i pavimenti) e col passare degli anni cercare di crescere di livello passando da runner ad assistente (preparare la stanza per le sessions e occuparsi del routing/patchbay etc) per poi sperare un giorno che l’engineer di turno non si presentasse o venisse licenziato e l’artista avesse una scadenza imminente per cui la scelta naturale nonché obbligata per continuare la session era quella di chiamare in causa l’assistente.
Purtroppo, di questi tempi, essendoci sempre meno studi con staff numerosi al seguito (qui in città me ne vengono in mente forse una decina), la possibilità reale di un percorso del genere è assai limitata.
Il mio consiglio è quello di cercare un mentore, un producer col quale lavorare a stretto contatto cercando di rendersi in qualche modo indispensabili. Per esempio, nel mio caso, a dare inizio alla mia carriera e alla mia relazione lavorativa con Saverio Principini (songwriter e producer proprietario degli Speakeasy Studios) fu conoscere alla perfezione Pro Tools ed essere particolarmente veloce ed efficiente in qualsiasi operazione di editing/comping richiesta.

Meet The Pro - Marco Sonzini

Quale parte del tuo lavoro ti appassiona di più, registrare, mixare o produrre?

Registrare mi appassiona da sempre, soprattutto perché mi da l’opportunità di lavorare con musicisti incredibili dai quali si impara sempre qualcosa di nuovo ad ogni session. È forse anche la situazione in cui si è più sotto pressione, soprattutto quando si tratta di avere a che fare con artisti di un certo calibro o sessions complicate come registrare un’intera band in presa diretta. All’inizio della mia carriera ricordo che non amavo invece mixare, ma col senno di poi forse era solo perché non ci capivo granché e le cose non mi suonavano mai come dovevano… Ora invece è una parte del lavoro che mi diverte molto e in cui trovo grande soddisfazione: l’energia che si crea nella stanza con l’artista durante l’ascolto finale di un mix è sempre una sensazione incredibile.

Rispetto all’Italia hai trovato grandi differenze nel modo di lavorare o nell’approccio alla produzione di un disco (rapporto con l’artista, la major, ecc)?

Penso che ogni disco sia una storia a sé, quindi le differenze non sono tanto tra un paese e l’altro, bensì tra un progetto e l’altro. Inoltre tutti i progetti italiani a cui ho avuto la fortuna di lavorare sono sempre stati fatti qui a Los Angeles. L’unica vera differenza che ho notato è la lingua in cui ci si esprime in studio.

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Visto tutti gli artisti che hai incontrato, hai qualche simpatico aneddoto da raccontarci?

Si, negli anni ce ne sono stati parecchi, il più recente è di qualche mese fa agli Henson Recording Studios. Un pomeriggio come un altro ero in pausa da una session nel corridoio fuori dalla sala C e stavo parlando con l’head tech dello studio riguardo l’ennesima sostituzione dei monitor (il producer con cui lavoravo era alla perenne ricerca dei monitor “perfetti”). Sto per finire la conversazione dicendo: “caro amico, non c’è nulla che possiamo fare…” e in quel momento si apre la porta dello studio A ed esce Paul McCartney che a passo spedito viene verso di me e alzando il dito sorridendo esclama:  “c’è sempre qualcosa che si può fare!” e se ne va lasciandomi accennare un interdetto ed incredulo:  “yes sir!”. Fu il primo incontro con la leggenda delle leggende col quale nei giorni successivi ho addirittura avuto la fortuna di essere in studio e fargli ascoltare un mix a cui stavo lavorando.

Ci puoi parlare un po’ di Marson Audio e dei suoi prodotti?

Tutto iniziò diversi anni fa allo Speakeasy Studios con Saverio Principini quando erano rimasti alcuni moduli del banco MCI JH600 da ricondizionare e ricappare. Non conoscevo praticamente nulla di elettronica ma venivo da anni di saldature ed esperimenti per modificare le mie chitarre elettriche e Saverio pensò che potesse essere divertente cimentarci nell’impresa. Il primo modulo che facemmo durò all’incirca 2 secondi prima di esplodere in una fumata nera… Da allora però di strada ne è stata fatta, grazie anche all’aiuto fondamentale di Gary Mannon, senior head tech degli Henson che testa tutto ciò che costruiamo. L’idea della Marson Audio è sempre stata quella di costruire repliche vintage di outboard gear e microfoni da utilizzare in session, utilizzando componenti di altissima qualità cercando per ogni strumento di crearne una versione ad hoc per le nostre esigenze di studio. Ogni tanto però grazie al passaparola la voce gira e ci commissionano dei prodotti custom made anche se la vendita non è mai stato il nostro focus principale. Negli anni siamo passati da modificare i preamps del MCI con diversi tipi di transistor, a costruire due diverse revisions di 1176 (blue stripe e black face), due stereo LA3A, uno stereo LA4, un SSL 4000 bus compressor, uno stereo DBX160, un Pye stereo, fino ad arrivare ai microfoni U-87, Fet47, microfoni a nastro, U-87 con capsula C12 e via dicendo.

Oggi che molti mixing engineer stanno passando sempre di più al digitale, qual’è il tuo punto di vista a riguardo? L’analogico fa ancora la differenza in mix?

Penso che sia in primis una questione di abitudine sonora e velocità di esecuzione. Per molti girare un knob è più immediato che cliccare col mouse. Il livello qualitativo dei plugins e delle DAW di oggi è fantastico e non esiste più quella disparità rispetto all’analogico ovvia fino a qualche anno fa, per me si tratta di raggiungere il sound che voglio nel minor tempo possibile e trovo che far passare il segnare attraverso le componenti di una console vintage aggiunga una componente organica e naturalmente piacevole alle mie orecchie che dovrei altrimenti faticare per ricreare in digitale. Ciò detto mixo spessissimo anche in the box senza problemi, anzi mi piace l’idea di versatilità e di poter lavorare a più progetti contemporaneamente senza preoccuparmi di alcun recall. La differenza vera è il modo in cui le tracce vengono registrate, se alla sorgente il segnale viene catturato al meglio, il lavoro di mix sarà facilitato indipendentemente dal modo in cui si approccia e dalla presenza o meno di una console analogica.

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Abbiamo visto che hai lavorato anche all’ultimo disco in studio di Vasco Rossi “Sono Innocente”, ci puoi dire qual’è stata la catena usata per la registrazione della sua voce?

Certo, agli Speakeasy Studios Vasco canta sempre in un Sony C-800g, dentro un Neve 1073, dentro un clone point to point LA2A costruito con pezzi new-old-stock (ovvero vintage ma ancora chiusi in scatole sigillate), per finire dentro la HDX di Pro Tools, oppure in un canale della Apogee Rosetta 800.

E per le chitarre elettriche cosa avete utilizzato?

Il setup prevede la scelta tra una serie di testate, Marshall Plexi 50 watts, Marshall custom JMP 50 Watts, Fender Bassman, Ampeg V4B, oppure 2 vintage Voice Of Music originariamente intesi per amplificare le radio di casa. Ognuna di queste può essere rediretta tramite uno sistema di switch Marson in una cassa vintage 4x12 Marshall microfonata con uno Shure SM57 e un Sennheiser MD421 grigio rispettivamente in un Neve 1073 e un preamp modificato dell’MCI. Questi 2 segnali vengono combinati sul banco e in un bus trovano un 1176 rev A Blue stripe e dentro l’interfaccia HDX. La seconda cassa possibile è invece una Vox 2x12 microfonata con uno Shure SM7 e un Ribbon clone del Royer R101, entrambi preamplificati da 2 preamps con modifica John Hardy dell’MCI; vengono anch’essi combinati su 2 canali del banco e hanno un Anthony Demaria Labs ADL 1000 sul bus.

Una domanda per i nostri lettori: che catena di registrazione on a budget consiglieresti per voce e chitarra?

Per la chitarra elettrica sicuramente un semplice Shure SM57 dentro un Golden Age Project-73, la versione con i trasformatori Carnhill: il rapporto qualità prezzo secondo me è imbattibile. Per la voce suggerirei sicuramente lo stesso Golden Age però con uno Shure SM7 oppure come condensatore direi l’S-87 disponibile da microphoneparts.com che è un clone del famoso Neumann U87.

E l’ultima domanda ormai di rito: qual’è il microfono che porteresti sull’Isola deserta e perchè?

Domanda insidiosissima… se proprio dovessi sceglierne uno direi un Neumann U67: forse ad oggi il mio preferito in assoluto per la voce!
 
marco sonzini meet the pro
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