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Giovanni Unterberger: la musica è per il pubblico
Giovanni Unterberger: la musica è per il pubblico
di [user #116] - pubblicato il

Abbiamo raggiunto Giovanni Unterberger in occasione della pubblicazione del suo libro dal titolo “Guida All’Ascolto della Musica Rock” edito da Volonté. Il fondatore delle Accademie Lizard ci ha dato interessanti spunti per affrontare il giudizio e la critica musicale scollegandosi dalla soggettività il più possibile.
DB: Per prima cosa una domanda decisiva: si può ascoltare musica con passione e in maniera profondamente consapevole anche senza essere un musicista?

GU: Certamente sì; la musica non è composta per i musicisti ma per il pubblico; bisogna però considerare che non tutto il pubblico riesce ad ascoltare la musica nel modo profondamente consapevole di cui parli; per questo una guida all’ascolto può essergli utile.

Non ritiene che un musicista, per una sorta di deformazione professionale o capacità analitica, si privi del piacere di un ascolto più leggero, spregiudicato?

Un vero musicista non dovrebbe avere deformazioni professionali, e tanto meno dovrebbe avere un ascolto pregiudicato. Per quanto riguarda l’ascolto leggero esso è senz’altro consentito ma non mi sembra che un ascolto “non leggero” sia una deformazione professionale o la “privazione” di un piacere. Generalmente è vero il contrario.
Il rischio della deformazione professionale c’è in tutti i campi. Nella musica si verifica spesso che un chitarrista ascolti solo la musica per chitarra. La via corretta è appassionarsi a un genere e poi scegliere lo strumento che più ti rispecchia nella tua passione. 

Quanto nella formazione di un musicista è importante la capacità di un ascolto razionale della musica? E perchè?

La razionalità non c’entra e non è importante. Ciò che conta è la sensibilità e, prima ancora, la capacità di capire il linguaggio artistico di quel particolare genere musicale. A questo dovrebbero servire le guide all’ascolto.

Altrimenti è come andare in un teatro nel quale gli attori recitano in una lingua che non si conosce: magari qualcosa capiamo, magari ci piacciono i costumi o la scenografia, ma non proveremo mai le emozioni che provano quelli che conoscono la lingua in cui gli attori stanno recitando.

La razionalità tende a fare diventare tutto regole. La sensibilità invece, deve tenere conto di un solo parametro: mi piace non mi piace. Non esiste regola che possa andare contro questo.

Ritiene che un musicista che ha una precisa identità stilistica (Rock, Funk) sia legittimato a non ascoltare generi lontani dalle sue corde? 

Io credo che ci siano due fasi nella vita di un musicista: nella prima deve ascoltare tutta la musica che lo appassiona, preoccupandosi solo di non accontentarsi di emozioni troppo blande dato che la musica è in grado di emozionare a livelli altissimi. Nella seconda fase, quando diventa un musicista attivo, ha il diritto di specializzarsi, senza però mai chiudersi all’ascolto di tutto ciò che lo emoziona e da cui può trarre spunti per preziose contaminazioni che fanno evolvere e crescere sia lui che il genere musicale nel quale si sta specializzando. 

Giovanni Unterberger: la musica è per il pubblico

Concentrandoci sul suo libro: leggo che l'idea è nata dai suoi colleghi che l'hanno spronata a raccogliere in un testo il contenuto delle sue lezioni di “Guida all'ascolto”. Ci può raccontare qualcosa di più?

Posso dirti solo che devo a loro l’essere riuscito a vincere la pigrizia dello scrivere, che, come sai, porta via tanto tempo. A me piace “improvvisare” le lezioni di guida all’ascolto che faccio nelle scuole Lizard, anche perché vedo che gli studenti si coinvolgono di più. Quando scrivi invece non puoi improvvisare e inoltre manca la possibilità di far ascoltare continuamente e anche “a piccoli frammenti” ciò di cui stai parlando.

Come ha scelto le 22 schede da inserire?

Io penso che il modo migliore per far assimilare un linguaggio musicale sia quello di creare dei percorsi di ascolto (per questo ho chiamato il libro “odeporico” e non “guida”). Il percorso deve iniziare con un brano “ariete”; alla Lizard noi chiamiamo così i brani che hanno e conservano tuttora la capacità di “sfondare” le barriere e i pregiudizi verso un genere musicale. Una volta “aperta la breccia” con il brano-ariete, bisogna proseguire con brani sempre più significativi per la storia di quel particolare genere musicale, fino ad arrivare ai brani che, per essere apprezzati, richiedono un ascolto più paziente, più attento e talvolta faticoso. Si tratta di brani che lo studente avrebbe molto probabilmente respinto o ignorato, se prima non avesse fatto quel “percorso” attraverso il quale ha imparato un linguaggio che gli era parzialmente o completamente sconosciuto. Per rispondere quindi alla tua domanda: la scelta delle schede è dipesa dall’esigenza di creare “percorsi” utili e appassionanti.

Tra i brani che suggerisce, c'è n’è uno a cui lei è particolarmente legato?

Sono proprio i brani “ariete” quelli a cui sono molto legato, perché mi consentono di entrare subito in sintonia con gli studenti. Per esempio: “Talk” degli Yes, che da molti anni mi permette di demolire i pregiudizi di chi non ama il “Progressive Rock” o di chi pensa che il Progressive Rock sia finito con gli anni Settanta. Per questo nel libro gli ho dedicato una scheda particolarmente appassionata; se la merita perché quel brano ha cambiato la vita (musicalmente parlando) a un numero incredibile di nostri studenti. Molti di loro si sono dedicati ad altri generi musicali ma dopo aver ascoltato “Talk” non si accontentano più della mediocrità artistica e delle “blande” emozioni della musica di consumo.

A cosa serve una guida all’ascolto?

Oggi è molto diffusa l’opinione che l’ascolto della musica sia una cosa completamente soggettiva e quindi non si possa dare dei giudizi oggettivi che condizionino l’ascolto. Questo va bene finché uno è un ascoltatore passivo. Fa parte del pubblico e fa quello che vuole, se una cosa gli piace non c’è nulla di male e volendo si può fermare a quello. Il problema nasce da un punto di vista didattico. Quando in una scuola bisogna istruire dei musicisti con caratteristiche adatte a entrare nel mondo del lavoro. Il mondo del lavoro nella musica non può prescindere dall’insegnamento, anche i più famosi artisti e turnisti fanno un po’ di didattica che è la forma di guadagno più sicuro e continuativo. Nel momento in cui devi fare l’insegnante devi avere la capacità di creare dei percorsi di ascolto. Gli allievi si presentano con molta confusione, hanno ascoltato un po di tutto senza seguire una linea precisa. Se guardi nei loro mp3 c’è classica, jazz, rock, rap e se chiedi quale sia la loro preferita non sanno rispondere. Questo va bene finchè si è ascoltatori passivi, quando si diventa attivi diventa un problema. Bisogna che tu ti specializzi in un genere se no sai un po’ di tutto e un po’ di niente e rimani un po’ superficiale.

Il passaggio tra il “po’ di tutto” e lo specializzarsi come avviene? 

Quando uno si iscrive. a una scuola si affida al suo insegnate e deve essere il compito di un bravo insegnate capire i gusti di uno studente. Se uno è appassionato di jazz non può fare rock. Una volta capito quale è la sua passione costruirgli un percorso, ma non dei brani che son piaciuti di più al docente, ma quelli più importanti nella storia dello sviluppo nel genere musicale. Su quei brani si è sviluppato il giudizio di un intero pubblico. Quindi nel percorso uno deve toccare tutti i brani e gli autori principali. 

Come si può giudicare quali siano i brani più importanti in maniera oggettiva?

Uno delle cose sviluppate alla Lizard è l’ESTIMO dell’arte musicale, una tecnica con cui si riesce a dare un giudizio su un brano musicale, non completamente oggettivo, ma in cui la soggettività è ridotta a livelli accettabili. 

Se accettiamo l’idea che i giudizi sulla musica sono completamente soggettivi, non si riesce a costruire niente, tutto diventa effimero. Invece bisogna elaborare dei criteri in base ai quali si riesca a dimostrare che quell’autore, quel brano, quel disco è particolarmente importante. Io la chiamo Critica Polianalitica, che analizza il brano da vari punti di vista. Non solo da quello melodico armonico, ma in tutto ci sono 7-8 analisi diverse. Sulla base di queste si riescono a dare giudizii dimostrabili e oggettivi, lasciando sempre un margine alla soggettività, altrimenti diventa una cosa meccanica. 

Questa esigenza nasce dal fatto che fin da quando avevo 15 anni ed ero appassionato di rock, dei beatles e dei rolling stones, ho dovuto lottare contro persone che denigravano la musica che mi piaceva definendola nei modi peggiori. C’era un maestro dell’ambiente classico che diceva che il rock era fatto solo di escrementi musicali. Non era un caso isolato. Allora se uno mi dice questa musica è bellissima e a me non piace io gli sono grato perché mi sta segnalando una cosa che a me è sfuggita. Se uno invece mi dice che la musica che ascolto fa schifo offende me e l’artista che ammiro. Mi sento in dovere di difenderlo perché a te può non piacere ma non ti autorizza a dire che sono escrementi musicali. Ecco perché serve poter avere la possibilità di creare un giudizio il più oggettivo possibile e da qui prende il via il mio percorso di Ascolto della Musica Rock. 


Guida all'ascolto della Musica Rock è in vendita a meno di 15€ edito da Volonté
 
giovanni unterberger guida all'ascolto della musica rock
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Commenti
di Sykk [user #21196] - commento del 01/06/2018 ore 08:47:49
[Non ritiene che un musicista, per una sorta di deformazione professionale o capacità analitica, si privi del piacere di un ascolto più leggero, spregiudicato?]

eeeeh... quanti ne conoscono che ascoltano solo musica in cui viene valorizzato il loro strumento, addirittura ho avuto un tastierista che andava matto per la musica anni '70, ma guarda caso solo di band che avevano l'Hammond o un Moog sul palco.
Chitarristi che non ascolterebbero mai i Nirvana perché "Cobain era scarso", e così via.
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di Ziocesco [user #16490] - commento del 01/06/2018 ore 10:16:03
[Non ritiene che un musicista, per una sorta di deformazione professionale o capacità analitica, si privi del piacere di un ascolto più leggero, spregiudicato?]

domanda azzeccatissima. da "musicante", ogni volta che ascolto un brano sono portato a scomporlo e ad individuare i singoli strumenti e le parti che questi suonano. Per questo motivo, spesso mi rammarico del fatto che così facendo non godo della musica nel suo complesso e che, forse, mi perdo l'impatto immediato che quel brano può avere nei confronti di un non-musicista che si concentra sull'insieme. In poche parole, mi chiedo se non mi perda qualcosa con il mio approccio o se io sia più in grado di fruire di un ascolto "leggero".
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di spaccamaroni [user #7280] - commento del 01/06/2018 ore 12:21:12
Idem per me
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di StefanoRossi [user #4389] - commento del 02/07/2018 ore 13:43:42
Un analisi molto approfondita di un argomento che mi sta particolarmente a cuore: la critica musicale. Spesso ci si dimentica che esiste un'oggettività artistica, che possono cogliere le persone esperte e che hanno una certa sensibilità. Ho scritto anche un articolo riguardo ai requisiti per essere critici musicali tempo fa, in cui sottolineavo diversi aspetti ripresi anche da Untemberger nell'intervista. E' un piacere leggere che un grande esperto come lui la pensi come me :)
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