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Tommy Emmanuel: un alieno dal vivo
Tommy Emmanuel: un alieno dal vivo
di [user #23232] - pubblicato il

Questo mese la nostra penisola è stata letteralmente invasa da un ciclone chitarristico (ahimè anche climatico) guidato da questo vitale uomo di 63 anni proveniente dalla lontana Australia. Non ho paura a dire che ho assistito agli show del migliore chitarrista sul pianeta. Vederlo dal vivo mi ha ricordato le parole di uno degli ascoltatori di Django Rehinardt su di un libro dedicato a lui: un tripudio di tecnica e buon gusto.

Inizio col dire due cose: i concerti di Tommy Emmanuel sono spettacoli per tutti, proprio perché sono un tripudio di musica ad altissimo livello ed intrattenimento fatto nel migliore dei modi; e poi i suoi concerti hanno poco da invidiare, in quanto a scarica adrenalinica, a quelli di rock band come AC/DC o KISS.



Tommy è un alieno capace di condire la melodia con trovate tecniche e trucchetti da consumato intrattenitore. Le date di Torino e Milano, i concerti ai quali ho partecipato, hanno letteralmente fatto strage di cuori. Due grandi teatri, il Colosseo a Torino e il Dal Verme a Milano, pieni all’inverosimile (per un chitarrista da solo sul palco con la sua chitarra) di un pubblico che ha applaudito, gridato, riso, pianto e si è alzato in una standing ovation quasi sacrale. Non ricordo altri personaggi simili che possano vantare un’accoglienza del genere. 
Lo spettacolo di questo australiano con i capelli bianchi è articolato di modo che tutte le sue influenze vengano fuori in maniera eccellente. Ha suonato uno splendido medley di Merle Travis, cantando la sua “Nine Pound Hammer”, ha reso omaggio al grande Doc Watson, con la celeberrima “Doc’s Guitar” e la sognante “Deep River Blues”. E, ovviamente, non potevano mancare i suoi tributi ai Beatles, campioni di melodia li ha definiti, e al suo mentore per eccellenza: Chet Atkins. A questo metteteci anche le sue versioni di “Somewhere Over The Rainbow”, dove gli occhi del pubblico si sono riempiti di lacrime per la liricità del suo fraseggio, e la esplosiva “Classical GAS” (l’intero teatro di Milano, a fine di questo pezzo, si è alzato in una spontanea standing ovation una volta che l’ultima nota di questo pezzo si è spenta). 
Tommy, per quasi due ore, non da modo di prendere fiato allo spettatore. A volte è lui stesso a dire “gotta slow down”, quasi come scusa per suonare una ballad che, inevitabilmente riserverà l’ennesimo asso nella sua manica. 

Tommy Emmanuel: un alieno dal vivo

Due spettacoli molto diversi quello di Torino e quello di Milano. Più intimista e swingante quello nella capitale piemontese, dove l’highlight dello show è stato, a mio parere, l’esecuzione di “You Don’t Wanna Get One Of Those” di Mark Knopfler (contenuta nel suo ultimo bellissimo album registrato in compagnia di ospiti d’eccezione): Tommy si è seduto, ha abbandonato il fido thumbpick e il suo plettro da mandolino, per suonare con il pollice “a nudo” questo ironico swing. L’ha anche cantato in maniera trascinante, facendoci percepire il testo. A Milano è stato come un fiume in piena (la reazione alla sopracitata “Classical GAS” ne è l’esempio lampante), ma ha anche riservato una sorpresa non da poco, ossia la bellissima “Hurt” suonata nella versione del Johnny Cash sotto le grinfie di Rick Rubin nei fantastici “American Recordings”. Da abile showman Tommy sa di non avere la voce del “man in black”, per questo ha furbescamente  appoggiato tutte le note critiche della linea vocale con dei raddoppi sulla chitarra. Una lezione, in due minuti, per tutti coloro che affrontano pezzi bellissimi ma ostili. L’ennesima prova di quanto sia importante andare ad un concerto per apprezzare i trucchi di chi, sulle sue spalle, vanta migliaia e migliaia di ore passate su quelle assi di legno. 
Ma Tommy è anche music biz all’ennesima potenza. Lo spettacolo è veramente uno “spettacolo”. Il suo suono è perfetto, curato in tutte le sfumature, carico come un carro armato in corsa. Lui gira da quasi otto anni con lo stesso fonico, che tira fuori la famosa “botta” dalla sua chitarra. Quando batte col palmo della destra sulle corde stoppate sembra di sentire una cassa da batteria da 26 pollici ripresa dal miglior microfono per batteria. Quando sfiora i cantini si sentono tutte le componenti armoniche della vibrazione. Il suo fonico dosa i reverberi e i delay con grande abilità. Passando dal suono quasi secco e medioso dei brani più country oriented, alle atmosfere ricche di spazialità delle ballad. Tommy alterna tre Maton sul palco. Due in accordatura standard e una accordata almeno un tono sotto (ma potrebbe anche essere un tono e mezzo). Il risultato è che la chitarra in standard tuning suona come una chitarra acustica deve suonare, l’altra, quella “giù”, sembra a tutti gli effetti un pianoforte. La terza penso sia sul palco solo per scongiurare che il piano armonico del suo strumento principale non collassi sotto il suo playing. 

Tommy Emmanuel: un alieno dal vivo

Una cosa che mi ha stupito positivamente è stato scoprire che anche il tecnico luci è al seguito di Tommy. E, credetemi, il risultato è stato, anche in questo caso, stupefacente. A Torino, durante “Somewhere Over The Rainbow”, il fondale si è pian piano tramutato in un arcobaleno. A Milano, durante i suoi fraseggi di chiara ispirazione irlandese, tutto il palco è stato inondato di luce verde. In entrambe le date il momento in cui percuote la chitarra come fossero delle percussioni africane, è stato sottolineato da dei flash di luce a tratti lisergici. Credetemi sembrava una cerimonia voodoo in onore delle sei corde. 
Il finale dello show è stato un vero e proprio regalo per i presenti. A Tommy si è unito, per il rush finale, il leggendario Jerry Douglas, dobroista in tour con Tommy per queste date italiane, a cui è toccato “rompere il ghiaccio” nell’opening act. Jerry è un mito della musica americana e il suo apporto alla creazione, in studio, di un sound americano moderno è universalmente riconosciuto da tutti. Quindi vedere questi due amici, compagni di schitarrate, sul palco assieme è stata una piacevole sorpresa per tutti gli intervenuti. E loro hanno dato il meglio di se sfoderando lick e fraseggi alla dinamite su una versione di “Purple Haze” tinta di bluegrass. 
E, infine, veniamo al lato umano di Tommy Emmanuel (quello alieno ve l’ho descritto abbastanza). 
Grazie a due amici comuni ho avuto la grande fortuna di passare l’intero pomeriggio insieme a lui. Volete sapere perché lui è così? Semplice! Non smette mai di suonare. E quando dico mai intendo proprio mai. Finito il soundcheck ha fatto le interviste con la chitarra in mano. È venuto nel backstage con la chitarra a tracolla, mettendosi a suonare insieme a tutti noi che eravamo dietro le quinte. Mi hanno poi confermato che suona in viaggio, al ristorante, in hotel al risveglio. E la sua Maton principale va sempre insieme a lui dentro ad una gigbag leggerissima pronta ad essere aperta appena lui ha un minuto libero. Niente smartphone, niente iPad, niente giochini stupidi. Il suo passatempo è la chitarra.

Tommy Emmanuel: un alieno dal vivo

Ed è anche quello che sostiene lui e la sua famiglia. Perchè lui è un “family guy”. Lo sguardo gli si è acceso quando ci ha mostrato le foto e i video delle sue figlie e ci ha dispensato un consiglio da tenere sempre a mente. Lui sostiene che le famiglie americane hanno un rapporto così intenso con la musica proprio perché la frequentano sempre e in qualsiasi tessuto sociale. Ci ha raccontato come la maggior parte delle famiglie che ha conosciuto negli USA hanno sempre strumenti in casa e li tirano fuori ogni volta che ce n’è la possibilità. Per questo ha consigliato a me e al mio amico Davide di inondare la casa di musica. Di ascoltarla, suonarla, cantarla. I nostri figli, per una specie di osmosi musicale, ne rimarranno inevitabilmente influenzati. 
Un altro piccolo consiglio che mi ha dato, quando gli ho chiesto che action usa sulla chitarra, è stato “Don’t fight with the guitar”. Ed è andato oltre: vuoi suonare fingerpicking? Bene! Non devi combattere con lo strumento. In pratica bisogna essere rilassati, pazienti, giudiziosi. Il tempo e la pratica faranno il resto. 
Un’esperienza umana e musicale, quella con Tommy Emmanuel, che va oltre il concerto. Ah, dimenticavo, mentre incontrava alcuni fan, uno di loro gli ha mostrato la sua Maton nuova di zecca. Lui l’ha presa in mano e ha detto “così non va bene”.  È corso in camerino, ne è uscito con la chiave per regolare il manico, ha dato una stretta al bullone del trussrod ed è stato pienamente soddisfatto. Quel ragazzo, nel biglietto del concerto, ha avuto compreso un set up della sua chitarra acustica direttamente da Tommy Emmanuel. Trovatemi un altro che fa queste cose. Buona ricerca. 


 
recensione tommy emmanuel
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