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Riccardo Bertuzzi e l'arte della versatilità
Riccardo Bertuzzi e l'arte della versatilità
di [user #46004] - pubblicato il

Bertuzzi è tra i più apprezzati turnisti della nuova generazione e le corde della sua chitarra hanno già vibrato in molti contesti diversi. Lo si è potuto apprezzare in importanti trasmissioni televisive quali “Music”,” Viva Mogol”, “Telethon” oppure a fianco di nomi storici quali Rita Pavone, Paolo Belli e Antonella Ruggiero. Il valore aggiunto di essere un abilissimo improvvisatore e di lavorare a fianco dell’impareggiabile bassista Federico Malaman nel progetto jazz fusion Malafede Trio lo rende uno dei chitarristi più interessanti e in vista del panorama nostrano.

Ciao Riccardo, parlaci un po’ delle tue origini. Da dove vieni e quali sono i tuoi primissimi ricordi legati alla musica?
Buongiorno a voi e grazie per l'invito.
Dunque, non sono nato in una famiglia di musicisti, ma ricordo di aver sempre avuto la musica intorno, in particolare una sorella che studiava pianoforte classico al Conservatorio. Credo che anche solo averla sentita mentre si esercitava quotidianamente mi abbia in qualche modo avvicinato all’ascolto dei grandi, da Mozart a Chopin, passando per Debussy.
Fortunatamente anche la collezione di vinili dei miei genitori non era male: Eric Clapton, Simon & Garfunkel, The Blues Brothers, Mussorgskij… Fino ai 12 anni sono stato solo un ascoltatore, ma a quell’età si è come spugne e tutto ha lasciato un segno, un imprinting.
 
Per quale ragione hai scelto la chitarra? C’è un artista o un gruppo in particolare che ti ha avvicinato inizialmente alla sei corde o la decisione è stata fatta in funzione del gentil sesso?
Ah ah ah, a dire il vero il mio primo colpo di fulmine è stato con la batteria! Eppure, dopo un po’ di ritardi nell'inizio delle lezioni (per motivi tecnici della scuola di musica in cui volevo andare), ha preso piede l’interesse per la chitarra.
Determinante è stato il ritrovamento di una cassetta su uno scaffale. Non avevo idea di cosa fosse ma dopo il primo ascolto è stata in heavy rotation per settimane, una vera ossessione! Era Back in Black degli AC/DC.
L’energia, il sound compatto e graffiante mi hanno totalmente catturato: ho mosso i primi passi con i loro riff e assoli, imparandoli ad orecchio, cosa che ritengo fondamentale: adesso ci sono troppe tab in circolazione! Ancora oggi gli AC/DC rimangono una delle mie band preferite.

Riccardo Bertuzzi e l'arte della versatilità
 
Qual è stato il percorso di studi musicali che hai affrontato nel corso degli anni e, volgendo lo sguardo indietro, quali caratteristiche del tuo bagaglio odierno pensi che siano state maggiormente forgiate da queste diverse esperienze scolastiche?
Per i primi anni ho portato avanti sia classica che elettrica, fermandomi con la classica al quinto anno di Conservatorio.
Sentivo di dover prendere una direzione, e a ben vedere ho fatto la scelta giusta.
Ho quindi coltivato il linguaggio pop diplomandomi al CPM di Milano. Non è stata un’esperienza molto lunga perché sono stato ammesso direttamente all’ultimo anno. Studiare al CPM mi ha fatto venire in contatto con il mondo del turnismo in maniera più concreta.
Ho invece approfondito il jazz presso i corsi di Siena Jazz. Ho avuto la fortuna di vincere una borsa di studio per frequentare il master biennale InJam, un’esperienza unica che mi ha permesso di studiare con John Abercrombie, Kurt Rosenwinkel, Eddie Gomez, Jeff Ballard e molti tra i più grandi nomi del jazz mondiale, artisti immensi.
Pur non volendo essere un jazzista in senso stretto, credo che la consapevolezza armonica, l’elasticità e soprattutto la capacità di interplay tipiche del jazz siano state alcune tra le lezioni più importanti mai ricevute, che si sono rivelate preziose nella fusion tanto quanto nel pop.
 
Quali sono stati i tuoi idoli chitarristici nel corso degli anni che ti hanno poi influenzato nella decisione di diventare un chitarrista professionista?
Al liceo ho cominciato a pensare alla musica come professione, incoraggiato dai miei insegnanti dell’epoca. In quel periodo i miei idoli erano Bill Frisell, Jimmy Page e Frank Gambale, ma nel tempo poi ho scoperto decine di chitarristi incredibili. Il mondo è davvero grande e pieno di talenti, e da tutti si può imparare molto.
 
Raccontaci alcune tra le tue numerose esperienze in campo live da turnista. Quali ricordi con maggior piacere o orgoglio?
Ho dei bei ricordi legati ai vari tour con Rita Pavone in Italia, Canada, recentemente in tutto il Brasile... Rita ha un’energia e un carisma incredibili, suonare con lei è come accompagnare la storia della canzone italiana, per cui mi ritengo fortunato.
Anche dei lavori con Paolo Belli ho un ottimo ricordo, sia in sede live che in tv; mi sono divertito molto e poi Telethon 2010 è stato il mio primo programma tv su rete nazionale, quindi è un ricordo speciale.
Poi ci sono le varie esperienze televisive che sono arrivate negli anni: Rai, Mediaset, Real Time... sono state tutte importanti.
Ho avuto il piacere di accompagnare davvero decine di artisti che ammiro, come Battiato, Ruggeri, Cocciante, Morandi, John Miles, Nek, Ornella Vanoni... ma una menzione particolare la riservo alle esibizioni con Marcus Miller, Anastacia, Sananda Maitreya ed Eros Ramazzotti assieme a Phil Palmer, c’era un’energia particolare.
 
Da session man in studio invece cos’hai “in archivio”?
Negli anni ho registrato per progetti molto diversi, anche se i lavori con più risonanza ad oggi li ho svolti in ambito live.
Ho lavorato a dischi di fusion e world music con la partecipazione di Antonella Ruggiero, Patrizia Laquidara e Robert Wyatt, per gli album pop di numerosi artisti emergenti o in grandi formazioni come l’Orchestra Ritmico Sinfonica Italiana.
In più occasioni ho registrato per sigle e commenti sonori su Sky, come anche per il cinema, con la colonna sonora del film 'Solo per il Weekend' per Universal Pictures.
Mi piace molto l’ambiente dello studio, la ricerca del suono e la creatività sono sempre premiate.
 
Quali sono i consigli che ti sentiresti di dare a chi vuole intraprendere un percorso come turnista in Italia?
Sicuramente di aprire i propri orizzonti sonori, di cercare di conoscere molti linguaggi.
Per quella che è la mia esperienza servono prontezza, capacità di trasportare velocemente, il capire come valorizzare un passaggio con il timbro e il tocco giusti, per cui lo studio dell’armonia e l’ascolto analitico dei suoni sono secondo me essenziali.
In alcuni contesti è anche molto importante la lettura, ad esempio in orchestra o in televisione, altrimenti si rischia di non essere proprio in grado di fare il lavoro.
Bisogna diventare dei forti accompagnatori, è molto più importante che essere dei grandi solisti, e per questo bisogna saper mettere l’ego da parte ed essere al servizio della musica.


 
D’altro canto tu sei anche un raffinato chitarrista jazz/fusion. Parlaci un po’ delle tue maggiori esperienze passate e presenti in ensemble di questo stampo.
Da molti anni sono attivo con il Malafede Trio, assieme a Federico Malaman al basso e Ricky Quagliato alla batteria, è un progetto a cui sono molto legato che mi vede anche in veste di compositore.
Nel 2016 abbiamo pubblicato il nostro primo album, 'Touché' (per Setticlavio Edizioni) e un secondo è in fase di lavorazione. Nel corso degli anni abbiamo suonato in molti Festival in Italia e all’estero, e per i prossimi mesi sono in calendario molti concerti in giro per l’Europa.
Poi ho avuto il piacere di essere parte del Mauro Beggio Lifetime, un quartetto dedicato alle musiche del grande Tony Williams, di accompagnare in concerti e masterclass il grande Christian Meyer, e da poco è nato il Cabesa Trio, una formazione jazz dal taglio contemporaneo, con Marco Carlesso alla batteria e Domenico Santaniello al contrabbasso, con cui dò spazio alla mia vena più lirica e vicina a Bill Frisell, cosa di cui sentivo l'esigenza.
 
Come affronti le pause tra le varie attività live? Ricopri il ruolo di docente in qualche struttura?
Prevalentemente svolgo l’attività didattica senza legarmi ad accademie, per poter seguire meglio soprattutto chi già suona per mestiere, con percorsi ritagliati sulle effettive esigenze e non su programmi rigidi.
Collaboro comunque con strutture valide per progetti specifici: ad esempio in luglio sarò docente in un Campus presso il CUCA di Sovizzo, assieme ad Alfredo Golino, Mario Guarini, Nicolò Fragile e Antonio Galbiati, a indirizzo pop, mentre in ambito jazz sarò docente presso lo Sligo Jazz Festival, in Irlanda, per una settimana di workshop.
Mi è sempre piaciuto condividere esperienze e conoscenze, come anche mi piace semplificare le cose che sembrano complesse, per cui nei prossimi mesi potrebbero esserci delle novità riguardanti lezioni in formato web.
 
Parlaci un po’ delle chitarre che utilizzi prevalentemente e quale uso ne fai.
Ho la fortuna di collaborare con due ottimi marchi italiani: Eko per le acustiche e Claire Guitars per le solid body, e recentemente con lo storico marchio americano D’Angelico.
Di Eko uso la Massimo Varini Signature soprattutto dal vivo, mentre in studio uso uno dei primi prototipi della nuova serie Wood of the World (WOW).
Claire Guitars mi ha fatto l’onore di dedicarmi un modello Telecaster e una Superstrato, chitarre totalmente customizzate sulle mie richieste, un po' particolari.
Cercavo una Telecaster con ponte mobile, tastiera piatta, body sagomato, humbucker splittabile; Salvo Lupo con il suo team è riuscito a creare uno strumento eccellente che posso usare nel pop, nel jazz, nel country, praticamente ovunque! L’humbucker al ponte è poi uno speciale Triple Coil di PKV Pickups che non perde volume quando splittato in bobina singola, davvero utile.
La Claire Strato è invece una Strato moderna, con il manico di una Gibson; l’ho voluta per affrontare le situazioni più aggressive, dal pop rock all’hard rock.
Per quanto riguarda D’Angelico, è un onore per me essere diventato parte di un brand così prestigioso; porterò con me in live e in studio le hollow body, sicuramente in ambito jazz ma non solo, vista la grande versatilità dei nuovi modelli.

Riccardo Bertuzzi e l'arte della versatilità
 
Sappiamo che da qualche anno sei un fedele fruitore di Kemper. In quali situazioni il digitale è di gran lunga preferibile all’analogico e dove ritieni invece che la valvola possa fare ancora la differenza?
Trascurando la praticità di trasporto, che per alcuni non è un dettaglio, i vantaggi non sono pochi.
Si può suonare a volume molto basso senza sacrificare la timbrica, addirittura a volume zero, in contesti dove si usano in-ear monitor e si devono evitare rientri nei microfoni sul palco.
Si ha tutta la programmabilità che serve in lavori dove si devono avere una gran varietà di suoni anche molto diversi tra loro, e si minimizzano le variabili legate al metodo di microfonazione.
Anche per i turni in studio veloci o per l’home recording, il digitale può essere davvero la soluzione più pratica.
Chiaramente in alcuni casi, per certi clean molto caldi e per le armoniche di certi crunch, sento che la valvola ha ancora una marcia in più, ma i progressi nella qualità del suono digitale sono davvero enormi negli ultimi anni, per cui credo che il divario andrà sempre più assottigliandosi.
 
Se per qualche ragione ti dovessi trovare nella situazione di avere la possibilità di seguire un determinato stile musicale e conseguentemente di vivere decorosamente grazie a questo come agiresti? Naturalmente sei più incline a un certo linguaggio e alla composizione di materiale originale oppure la tua attività di turnista attivo in più generi musicali è un’esigenza oltre che lavorativa anche personale in termini di espressione musicale e quindi continueresti con l’attività odierna?
Questa è una bella domanda, che non trova facile risposta! Da un lato incanalare le proprie energie in un solo percorso ti dà modo di sviluppare la tua voce in maniera sempre più personale, e un certo tipo di jazz fusion è quello che sento più mio. D’altro canto è come mangiare tutta la vita allo stesso ristorante, magari il migliore, ma dopo poco sentirei il bisogno di variare! Per me seguire molti generi non è mai stata una forzatura, ma una forma di curiosità e un’esigenza espressiva.
 
Se volessi far conoscere le varie sfaccettature musicali di Riccardo Bertuzzi che cosa consiglieresti come guida all'ascolto?
Oltre al già citato Touchè on il Malafede Trio, qualcosa di radicalmente diverso è Whisky Facile, album recentemente pubblicato per Azzurra Music con il Gatsby Swing Quartet, interamente dedicato allo swing italiano acustico di cui ho curato tutti gli arrangiamenti. Ma è un periodo in cui molte registrazioni prendono vita sotto forma di video, per cui ci sono performance rappresentative che pur meritandolo non sono state pubblicate su disco, come Love Dance e Yatra Ta assieme al Malafede Project (in quartetto con Francesco Signorini), che si possono ascoltare unicamente su Youtube.
 
A quando Sanremo?
Ah ah ah, beh al momento credo che il reparto chitarre sia coperto molto bene da colleghi/amici che sono una garanzia da tanti anni ormai, ma se si presenterà l’occasione sarà un gran piacere!

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