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Marco Rissa, la sei corde dei Thegiornalisti
Marco Rissa, la sei corde dei Thegiornalisti
di [user #116] - pubblicato il

Incontriamo Marco Rissa, sei corde di uno dei gruppi pop italiani più popolari degli ultimi anni, i Thegiornalisti. Marco è un musicista totalmente immerso nella dimensione da band: il suo chitarrismo non cerca preziosismi o raffinatezze vanitose, perché tutto è solidamente asservito all'ensemble musicale nel quale è calato. Un chitarrista capace di essere minimale che - anche nella scelta della strumentazione - cerca praticità e funzionalità, esclusivamente concentrato sulla ricerca di suono e parti coerenti con la musica che suona.


Partiamo dalle tue influenze: ci dici un paio di dischi le cui chitarre ti hanno folgorato? E sono diventate un riferimento?
È una domanda davvero difficile, molto più di quanto possa sembrare. Per esempio, una delle prime band che ho iniziato ad ascoltare, ammirandone le chitarre, sono i Queen. E nei Queen la chitarra ha un suono particolarissimo, quasi irriproducibile. E l’approccio è molto lontano da quello che poi ho sviluppato. Viceversa, un’altra band che mi ha colpito sono stati gli Strokes. Lì, invece, suono e attitudine sulla sei corde mi hanno ispirato in maniera diversa, condizionando il mio suono, atteggiamento e approccio chitarristico.
 
In alcune tue parti di chitarra, costruisci delle tessiture ritmiche con il delay e gli ottavi puntati. Un vero marchio di fabbrica di molto chitarrismo e band anni ’80, soprattutto, di The Edge…
Sì, immagino le band a cui tu ti possa riferire e che tipo di sound. Ovviamente, conosco The Edge.
Ma non sono assolutamente dei miei riferimenti così decisivi. Quando ragionavo sugli arrangiamenti di chitarra dei pezzi, quelle soluzioni ritmiche, proprio “ alla The Edge”, mi sembravano efficaci e me ne sono servito. Ma questo non significa che lo conosca poi così bene, così a fondo…certo, gli U2 sono talmente grandi che è quasi impossibile non conoscere tutte le loro canzoni…

Marco Rissa, la sei corde dei Thegiornalisti
 
Hai quindi una commistione parecchio variegata di influenze…
Sì, il mio chitarrismo non saprei ricongiungerlo a un chitarrista in particolare. Sono davvero tanti gli ascolti che mi hanno condizionato e formato.
Inoltre, penso che quando uno suona, arrangia o lavora a delle parti di chitarra deve essere molto libero, deve lasciare andare le mani e ascoltare quello che spontaneamente esce.  Se sei troppo concentrato nel voler imitare una cosa piuttosto che un’altra, non va mai bene.

Parlando di chitarre, durante il concerto ne suoni una molto bella  su "New York"...
È una Duesenberg. Tra l’altro la suono proprio in una manciata dei nostri pezzi più conosciuti, i singoli che hanno girato di più. L’ho avuta dal distributore italiano  Aramini. È uno strumento bellissimo. Ti confesso che inizialmente ho chiesto di provarla proprio perché conquistato dal suo aspetto. Io credo fermamente che nella scelta di una chitarra sia decisivo anche quanto questa ti piaccia esteticamente. Quando ho avuto la possibilità di suonarla, ho trovato che fosse anche un ottimo strumento. Suonava davvero molto bene e quindi ci ho volato…
 
Alle tue spalle, sul palco, vedo due grossi combo della Fender…
Sì, ma li utilizzo come monitor perché il suono arriva dal Kemper. La matrice però, è comunque Fender. Ho profilato il mio vecchio Fender Vibrolux del 1973 che non mi fidavo a portare in tour. Sai, alla fine, nei tour la strumentazione viaggia nei camion, assieme a tutto il palco. Ed è inevitabile che qualche bottarella prima o poi arrivi. Per questo, memore di alcuni fattacci successi negli anni passati, gli strumenti a cui tengo di più, cerco di preservarli e non portarli in tour.
 
Vale anche per le chitarre?
Sì. Per esempio le Gibson che mi vedi sul palco, le ho ricevute da Gibson Italia proprio per questo tour. E sono molto simili a quelle che ho a casa. È un po’ complicato oltre che rischioso per le ragioni che ti ho appena detto, portarsi tutte le proprie chitarre da casa…

Marco Rissa, la sei corde dei Thegiornalisti
 
Quante chitarre hai a casa?
A casa ho dodici chitarre: quattro acustiche e otto elettriche. A parte la Duesenberg, sono prevalentemente tutte Fender e Gibson che sono quelle che preferisco. Sono un cultore dei suoni classici della chitarra elettrica. E nei dischi delle band con le quali sono cresciuto, il suono era quello. Per me è diventato uno standard.
 
Quindi, oltre alla Duesenberg e alle Gibson che altre chitarre porti sul palco con i Thegiornalisti?
Due Stratocaster e con una di queste suono praticamente metà scaletta: è proprio la mia chitarra principale, ha un suono troppo particolare perché possa rinunciarci. Non riesco a trovare un’altra Strato che suoni uguale. Anche quella di backup che mi porto con lei,  si allontana parecchio come pasta sonora.
 
Ho visto che non hai una pedaliera...
No, nessuna pedaliera. E pensa che sono stato sempre un grande fissato di effetti, pedali: ho sempre avuto pedaliere gigantesche… Ma il Kemper ha cambiato il mio approccio: è tutto più veloce e puoi fare concatenazioni di effetti molto articolate in totale libertà, programmandole a piacere…soprattutto il Kemper è molto credibile. E ti assicuro che ne ho provate tante di simulazioni digitali di amplificatori…
 
Nessun rimpianto per l’amplificatore quindi?
No, questo non l’ho detto. Perché la botta, il feeling di avere la chitarra sparata dentro l’amplificatore e il volume, la pacca di suono che ti muove i capelli, con il Kemper non ce l’hai. Però è anche vero che quella pacca, la puoi vivere così solo a casa, quando te ne stai a suonare davanti all’amplificatore. Perché poi, sia in studio di registrazione che dal vivo comunque tra te e l’ampli ci sono i microfoni, il mixer, il suono che ti arriva è quello che esce dai monitor, dalle spie…si crea comunque una catena. E quindi, alla fine dei giochi, il Kemper è quello che sintetizza e semplifica al meglio tutto questo processo.

Marco Rissa, la sei corde dei Thegiornalisti
 
Senza rinunciare a nulla in termini di qualità?
Guarda io sono letteralmente un fissato in termini di suono e adoro come suona il mio amplificatore.
Ma è un vecchio valvolare e ogni volta, su ogni palco o locale suona in maniera diversa, a volumi diversi. Il suono cambia in base all’elettricità che gli arriva, alla location che lo ospita; se c’è umidità e il cono si è inumidito, si è irrigidito, suona in maniera diversa. E allora devi stare a sfidare la fortuna, muovendo di un soffio vecchi potenziometri che appena li sfiori cambiano radicalmente il sound, cercando ogni volta di tornare a catturare il tuo. Il Kemper ha di buono che sai suonerà uguale ogni volta che lo attacchi. E mi evita tantissimi sbattimenti...
 
La praticità quindi gioca un ruolo decisivo…
Sì, tanto più se sei calato in un contesto di band in cui ci sono tanti strumenti, suoni e parti.
Lì devi cesellare il suono di chitarra e il Kemper ti aiuta a posizionarti in maniera più sensata, meno ingombrante negli arrangiamenti. Magari in un disco di Blues, dove la chitarra ha la voce protagonista e tutto lo spazio che vuole un amplificatore potrebbe andare meglio…ma magari anche no! (Risate) ...perché secondo me, il Kemper va davvero bene.


 
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