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Max Rosati: sul palco di Fiorella Mannoia
Max Rosati: sul palco di Fiorella Mannoia
di [user #17404] - pubblicato il

Nel tour di Fiorella Mannoia che in questi mesi sta attraversando la penisola, c'è Max Rosati alle chitarre. Max è un musicista versatile che negli anni tra didattica, studio di registrazione e una straordinaria attività come session man, si è ritagliato un posto di eccellenza nella scena chitarristica italiana. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare minuziosamente uno spettacolo particolarmente impegnativo per gestione dei suoni, repertorio e complessità delle parti.


Ciao Max chi sono i musicisti con i quali dividi il palco in questo tour?
La band è formata da due chitarre: io ed Alessandro De Crescenzo. Poi c’è Luca Visigalli al basso e alla batteria Diego Corradin. Claudio Storniolo al pianoforte e tastiere mentre alle percussioni Carlo Di Francesco. Di Francesco è anche il produttore degli ultimi dischi di Fiorella Mannoia e in questo tour svolge il ruolo di direttore musicale.
 
Nelle foto ho visto che hai parecchie chitarre, soprattutto un parco di acustiche particolarmente ampio?
Sì, una buona metà del repertorio del concerto mi impegna tra chitarre acustiche e classiche.
È uno spettacolo molto ricco, variegato anche musicalmente impegnativo perché proponiamo
cose diverse tra loro. Tanto che oltre a dividermi tra chitarra elettrica ed acustiche ho anche parti di dodici corde e chitarra classica.

Max Rosati: sul palco di Fiorella Mannoia
 
E come mai così tante chitarre acustiche?
Ne ho più di una perché sono quasi tutte accordate diversamente; praticamente devo usare il capotasto su tutti i pezzi. Da questo punto di vista è un concerto che mette in gioco dei cambi strumento molto precisi, che devono essere studiati. Così, ho un backliner che si chiama Fabio Gagliotta e con il quale ho lavorato per parecchi anni assieme a Massimo Ranieri. Fabio mi accorda le chitarre per ogni pezzo e me le passa con il capotasto posizionato ad hoc. Sinceramente, sarebbe stato quasi impossibile gestire questa cosa da solo; o almeno avrebbe richiesto davvero dei tempi di preparazione più lunghi tra un pezzo e l’altro.
 
Tra le elettriche mi pare di avere riconosciuto la tua storica Lake…
Sì, è lei. La Lake è una chitarra artigianale che oramai ho da più di trent’anni. Monta dei pick up Magnetics: due singoli SSHot e al ponte un Humbucker, l’H 1960. Sono magnifici! Il Dna del loro timbro è molto Fender nei due singoli e Gibson nell’humbucker. Ma a questo carattere sonoro di base aggiungono una precisione e una quantità di armoniche superiore agli originali. Sono davvero di altissima qualità. 

Max Rosati: sul palco di Fiorella Mannoia
 
Mentre le acustiche cosa sono?
Le acustiche che utilizzo sono le Mayson, mentre le classiche sono le Salvador Cortez. Su tutte le mie chitarre poi, utilizzo corde LaBella: 0.10 sulle elettriche,  0.12 sulle acustiche e delle Medium Tension sulle classiche.

Hai quindi più catene di suono? Una dedicata all’elettrica e le altre a classica, acustiche…
No, il Kemper facilita le cose perché tutto ci passa attraverso: elettriche, classiche ed acustiche. Tutti i profili che utilizzo sulle elettriche li ho creati io e sono di base profilazioni di suoni Soldano, Mesa Boogie e Fender. Ci ho messo parecchio tempo e molta energia e passione a crearli. Tanto che li ho messi in vendita sul mio sito.
(Torneremo presto a parlare di suono, Kemper e profilazione assieme a Max Rosati in un articolo dedicato)
 
Hai molti cambi di suono in questo spettacolo?
Tantissimi. Infatti è una fortuna che abbia potuto programmarli senza doverli gestire fisicamente, con la pedaliera…

Max Rosati: sul palco di Fiorella Mannoia
 
Cioè? Spiegaci meglio…
In questo spettacolo tutto è gestito da una macchina che si chiama Cymatic Audio (tutto programmato da Lapo Consortini): questa oltre a controllare le sequenze e persino le luci dello show, addirittura governa il mio program change. Quindi, tutti i miei suoni di chitarra sono agganciati a questa macchina e cambiano da soli a seconda dell’ordine che abbiamo programmato, sulla base della struttura dei pezzi. Quindi l’unico pedale che devo gestire io, fisicamente, è quello del volume.

Che sciccheria!
Guarda, più che sciccheria io parlerei proprio di necessità: perché ci sono così tanti cambi di suono repentini che sarebbe stato impegnativo dover gestire il tutto in maniera tradizionale. Vale quanto ti ho detto per il cambio di strumento e accordatura sulle acustiche: avrei potuto farcela ma allungando le pause tra un brano e l’altro, rallentando il ritmo dello spettacolo.
 
Insomma, mi sembra di capire che sia uno spettacolo musicalmente molto impegnativo…
Fiorella Mannoia, storicamente ha sempre fatto cose di grande qualità musicale. Tanto che si è sempre circondata di musicisti di grande spessore e fama. Anche perché, sì, il suo repertorio è tosto: ci sono pezzi – penso per esempio a quelli di Fossati – che hanno parti articolate, complesse sia armonicamente che melodicamente. Sono impegnative da suonare. Soprattutto nella parte più storica del suo repertorio ci sono brani che richiedono una certa esperienza e spessore tecnico e per poter essere eseguiti al meglio…
 
Immagino sia gratificante per un musicista come te affrontare un repertorio del genere…
Si, tanto più che nel suonato della band, c’è un ottimo equilibrio tra il rispetto degli arrangiamenti del disco, quello che è adesso in promozione, e la libertà per ciascuno di portare il suo tocco e la sua sensibilità personale. È uno show davvero stimolante…

Max Rosati: sul palco di Fiorella Mannoia
 
Per allestire uno show così, immagino abbiate provato molto…
Sì. Sono stati fatti più di venti giorni di prove, otto di allestimento. Ogni dettaglio musicale è stato curato in maniera scrupolosa. Nulla è lasciato al caso.  Per curare in maniera doviziosa l’allestimento dello spettacolo ci siamo serviti di una macchina chiamata “Virtual Soundcheck” con la quale abbiamo registrato le prove. E riascoltavamo tutto, a band ferma, soffermandoci su ogni sfumatura esecutiva. Ci sono brani su cui siamo intervenuti sul singolo DB di volume di ogni singolo strumento, cesellando letteralmente la tavolozza dei suoni dello spettacolo.
 
Dal punto di vista squisitamente tecnico, strumentale quali sono stati gli aspetti sui quali ti sei concentrato di più?
Precisione e controllo del suono. Con una produzione e arrangiamenti così curati, è fondamentale che da parte di chi suona ci sia la capacità di preservare l’equilibrio che si è costruito. E per farlo sono necessarie, appunto, le qualità appena nominate.
 
Ci dici due brani della scaletta che ti impegnano e allo stesso tempo divertono particolarmente?
Uno è proprio un brano di Ivano Fossati, “Panama”. Lo abbiamo arrangiato e a me spetta una parte abbastanza articolata, simile quasi a una sequenza.
 
Come la devi suonare?
Si tratta di un riff obbligato, tutto in ottavi. Inoltre è necessario esercitare un grande controllo sul suono, utilizzando il palm muting e eseguendo la parte in maniera stoppata. Il brano poi è molto lungo e quindi il tutto diventa davvero una sfida dal punto di vista chitarristico. Poi, nel finale, c’è un assolo libero, nel quale posso esprimermi con un linguaggio solista mio, moderno…

Max Rosati: sul palco di Fiorella Mannoia
 
Quindi suoni con il tuo approccio tra rock e fusion?
Guarda, è stato il produttore a spronarmi a fare un assolo che fosse letteralmente dirompente, di grande impatto. Tanto che addirittura ci suono delle frasi out che contribuiscono a dare una grande forza sonora sia dal punto di vista armonico che melodico…
 
E l’altro brano?
È “Sally” di Vasco Rossi. Lo inizio io, da solo, alla chitarra. Sul mio suono ci sono due delay: uno regolato sugli ottavi puntati e l’altro sui quarti, che mescolandosi tra canale destro e sinistro creano un effetto ritmico davvero ficcante, molto affascinante. Ma la cosa più suggestiva è l’emozione con la quale ogni sera il pubblico accoglie questo pezzo. Dopo appena tre note del riff, gli spettatori riconosco il brano e c’è sempre, letteralmente un boato che ci travolge…

L’ultima volta che ci siamo visti, nel tour di Massimo Ranieri, ricordo che avevi un preamplificatore valvolare Bruco in coda al Kemper…
Certo e lo utilizzo ancora. Ora anzi, ho anche implementato la catena. Sempre della Bruco ho posizionato un un buffer split valvolare in testa al Kemper. La chitarra ci entra diretta e lo split si apre su tre uscite: una va al pedale del volume e da questo al Kemper; la seconda uscita va all’accordatore e la terza va nel Kemper di spare, quello di riserva. Un’altra piccola novità, rispetto al set up che avevo nel tour di Ranieri è che non utilizzo più una pedaliera midi ma la pedaliera dedicata, propria, del Kemper…

Ma che ci fai della pedaliera se il cambio suoni è affidato alla macchina di cui parlavi prima?
È una questione di sicurezza. Il sistema Cymatic funziona tramite Midi. Così, visto che la pedaliera propria del Kemper non si attacca via Midi ma tramite porta ethernet, qualora Cymatic dovesse lasciarmi a piedi, avrei pronta la pedaliera del Kemper per immediatamente poter gestire i suoni… 

Max Rosati: sul palco di Fiorella Mannoia
 
Che consiglio daresti a un giovane musicista che per la prima volta deve misurarsi con un repertorio, magari così complesso, da preparare?
L’approccio a come avvicinarsi a un repertorio per tirarlo giù e imparare a suonarlo, potrebbe essere differente per ciascuno di noi. Un grande spartiacque è tra chi riesce a imparare tutto a memoria - che sarebbe la cosa migliore - e chi invece si aiuta scrivendo e poi leggendo le parti. Io, per esempio, sono abituato a scrivere e poi rileggermi in tempo reale le parti. Anche se, soprattutto per questo tour, sto cercando di imparare il più possibile tutto a memoria perché è un concerto molto dinamico e non è il massimo starsene fermi a leggere davanti al leggio. E sono a buon punto, perché già oltre metà dello show lo suono a memoria. Io credo davvero che imparare il repertorio a memoria sia una buona soluzione perché ti permette di concentrarti di più sulla musica, sul feeling dell’esecuzione. 

E dal punto di vista più tecnico, strumentale?
Un consiglio decisivo è quello di curare i suoni. Io sono convintissimo che in un repertorio pop o comunque pop rock, il suono sia già il 60% se non il 70% del risultato che bisogna raggiungere. Per cui, quando sei in grado di fare tre note con il suono giusto significa che sei già a un ottimo livello di preparazione e sei ben calato nel progetto. Invece, soprattutto in questo tipo di situazioni, fare mille note con il suono sbagliato non serve davvero a nulla. Il suono è la voce dello strumentista e come tale è l’elemento che andrebbe curato in primis.
 
Insomma, serve avere un buon suono…
Non solo un buon suono. Ma un suono che sia a fuoco con la parte che bisogna fare, che in quel momento serve all’economia del pezzo.
Infine, altro consiglio che mi sento di dare, è di suonare con la massima convinzione. Bisogna affrontare una canzone come se la si suonasse da anni e anni. Questa è un’attitudine decisiva che garantisce un ottimo risultato e, soprattutto, offre a chi ascolta la sensazione di una performance frutto di grande professionalità.

Max Rosati: sul palco di Fiorella Mannoia
 
Link utili
Lo studio di registrazione di Max Rosati
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di BBSlow [user #41324]
commento del 05/06/2019 ore 10:38:49
Quando leggo certe interviste mi cresce davvero un'ammirazione sconfinata per i professionisti che, oltre alla bravura tecnica, sono in grado di gestire packages sonori così complessi. Mi vengono in mente i piloti di F1, essenziale il "manico" al volante, e decisiva la capacità di saper gestire l'elettronica.
E però poi penso a quanti guitar heroes sono in grado di suonare con la semplice catena chitarra-ampli, o con due o tre pedali in mezzo e amen. Certo, ognuno ha il "suo" suono, e il genere musicale influisce non poco. Ma, anche se certe "sfide" mi affascinano, mi chiedo: dov'è il confine, quando è che il chitarrista, anziché governare la catena del suono, diventa prigioniero della tecnologia?
Rispondi
di coldshot [user #15902]
commento del 05/06/2019 ore 12:56:07
-----mi chiedo: dov'è il confine, quando è che il chitarrista, anziché governare la catena del suono, diventa prigioniero della tecnologia?----
Domanda di marzulliana memoria, ahahah
Rispondi
di yasodanandana [user #699]
commento del 06/06/2019 ore 00:10:33
non mi sembra che il chitarrista dell'articolo manchi della capacità di suonare con un semplice setup tradizionale. Penso che abbia bisogno di tale equipaggiamento con un frequente cambio di suoni e strumenti perchè ciò è richiesto dal repertorio :-)
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