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Federico Paulovich: la musica è divertimento, riflessione e leggerezza
Federico Paulovich: la musica è divertimento, riflessione e leggerezza
di [user #116] - pubblicato il

Federico Paulovich è conosciuto dal grande pubblico per essere il batterista dei Destrage una delle band metal italiane più in vista del momento. Tra musicisti e appassionati, inoltre, Federico è riconosciuto come un nome di spicco del batterismo internazionale, un riferimento per tecnica e ricerca espressiva. Recentemente ha tenuto un Clinic Tour Europeo per D'Addario e Evans assieme a Matt Halpern dei Periphery e, proprio in questa occasione, lo abbiamo incontrato per parlare di uno degli aspetti a lui più cari del suo essere musicista: l’insegnamento.

C’è un tema particolare che ritieni fondamentale trasmettere in ogni tua clinic?
Prima ancora di ogni aspetto squisitamente pratico o teorico, io cerco di sensibilizzare i miei studenti su un tema ben specifico: il “come” si suona prima ancora del “cosa” si suona. È un approccio verso il quale ritengo decisivo indirizzarli.  Perché, per me, è cruciale far capire che la maniera in cui si suona, l’efficacia, la pertinenza e la proiezione di quello che si esegue sono più importanti di conoscere e suonare una mole sconfinata di cose sulle quali, magari, non si ha il controllo e l’impatto appena descritto.
 
Meglio sapere suonare benissimo una cosa che tante in maniera mediocre?
Sì, pur banalizzando, il tema è questo. Perché vedo tanti studenti affannarsi nel cercare di imparare, collezionare moltissime informazioni. Ma poi sottovalutano il fatto che tutte queste cose non basta saperle: bisogna saperle suonare bene.

Federico Paulovich: la musica è divertimento, riflessione e leggerezza
 
Cosa vuol dire, per te, suonare bene qualcosa?
Intendo il fatto di essere capaci di suonare una cosa in maniera personale, con padronanza e anche consapevolezza dei propri mezzi.
Più specificatamente, io ritengo che quando conosci approfonditamente un argomento e lo hai metabolizzato, poi sei in grado di svilupparlo in maniere diverse, hai la possibilità di metterci la tua interpretazione.
Se invece studi superficialmente una cosa, saprai eseguirla solo in quella tal maniera, quella che hai studiato ed esegui pedissequamente. E questo significa non averne ancora un’autentica padronanza. Questo, ovviamente, interessa moltissimi ambiti…
Per esempio, nelle mie clinic insisto sugli esercizi con il click. Lì l’attenzione è rivolta al timing e al fraseggio. E quindi il focus, la prova dell’acquisita padronanza diventa la capacità di suonare a tempo all’interno delle varie suddivisioni per costruire un fraseggio che sia chiaro, cristallino e comunicativo.
 
Che consigli daresti per aiutare uno studente a orientare in questa direzione il suo approccio allo studio?
Il mio primo consiglio è di non accontentarsi. O meglio, non restare soggiogati dal peso del materiale didattico con il quale ci si relaziona. Ognuno deve continuare a elaborare quanto studia nel tentativo di farlo veramente suo, assimilabile al suo playing e alla sua musicalità. Non bisogna subire quello che si studia.
 
Questa attitudine come si è tradotta nel tuo percorso musicale?
Gran parte del materiale che io spiego nella mia didattica, per esempio, è frutto di una mia ricerca personale. E questo, non significa necessariamente che siano cose che ho inventato io! Sono elaborazioni di materiale tradizionale che ho plasmato sulle mie esigenze, per renderlo più funzionale a quanto mi serviva e naturalmente vicino al mio playing. Elaborare quanto studi, avvicinandolo alla tua personalità, per me è stato anche una maniera efficace per risolvere dei problemi (tecnici, concettuali, esecutivi) che incontravo io quando studiavo. E ha contribuito a migliorare tutta una serie di aspetti del mio drumming, continuando ad arricchirlo con nuovi inserti.

Federico Paulovich: la musica è divertimento, riflessione e leggerezza
Foto di Alessandra Fuccillo
 
È un approccio davvero profondo e consapevole allo studio…
È un lavoro di approfondimento che ho voluto fare su me stesso, per me stesso.
Al contempo, trovo sia una maniera di studiare e lavorare coerente con l’attitudine migliore con la quale la musica continua, evolve. Perché è un processo nel quale non ci si limita a tramandare una tradizione, delle norme lasciandole intonse e cristallizzate nel tempo. Si contribuisce a farle evolvere, maturare…
 
Invece, dal punto di vista dell’interazione con i partecipanti, come ti poni nelle tue clinic?
Non voglio essere in una teca e starmene sul palco a farmi guardare e sentire suonare, estraniato da tutto! Per me è decisiva la connessione con il pubblico. Io, per esempio, adoro ridere e far ridere. E così, durante le clinic in giro per l’Europa, giocavo con l’inglese su tutti gli stereotipi legati alla figura dell’italiano! Far divertire il pubblico rende il mio lavoro molto più facile. Ma non solo: mi aiuta a sentire dall’altra parte del palco cosa succede. Io voglio sentire la gente.
 
Come ti prepari a una clinic, a uno spettacolo? Come raccogli la concentrazione per salire sul palco nella condizione ottimale?
Vorrei saperti dare una risposta ben definita. La verità, però, è che sto ancora cercando un metodo per raggiungere un tale livello di concentrazione, sicurezza e tranquillità. Questo tour clinic, per esempio è stato molto, intenso, abbiamo avuto un solo day off: le date in Inghilterra le abbiamo fatte tutte di fila. Questo è un tipo di situazione nella quale, alla fine, la stanchezza psicofisica si fa davvero sentire e senza ombra di dubbio influisce sulla performance. Dal canto mio, gioca a favore l’esperienza: ho fatto così tante clinic che oramai riesco a gestire l’emotività in maniera più semplice! Ma sto ancora lavorando su questo aspetto…
 
Non hai, quindi, una tua routine che ti accompagna prima di una performance?
No, non ho una routine, una tecnica per raggiungere l’optimum prima di un’esibizione e – credimi - vorrei averla. Il punto è, però, che temo a volte non ci sia nemmeno il tempo per una tale ritualità. In Germania, per esempio, ci sono stati dei problemi tecnici e non ho avuto che 20 minuti prima di trovarmi sul palco e iniziare a suonare. Lì ero davvero nervoso…

Federico Paulovich: la musica è divertimento, riflessione e leggerezza
 
Che stress…
Sì, davvero. Io rifletto spesso sulla quantità di stress che deve gestire un performer.
Tutte quelle figure che devono esibirsi in quel dato specifico momento e non hanno una seconda chance: un atleta in una gara, un musicista in una diretta, un festival, un qualunque show dal vivo.
Penso a un pittore, uno scultore o un compositore, espressioni di artista che possono dedicarsi, prodursi nella loro arte, quando sono più ispirati. Invece, un performer arrivato quel dato momento, deve salire sul palco e suonare. Alle volte è magnifico, perché sali sul palco con la voglia di spaccare tutto. Altre volte è più difficile perché non è detto che si salga sempre sul palco con la giusta concentrazione e voglia di suonare.
 
Visto che parliamo di clinic, ne ricordi una che hai seguito negli anni della tua formazione e che ti ha particolarmente arricchito?
Altroché, perché un vero punto di svolta nella mia storia musicale è stata proprio una clinic, una sorta di Drum Day con Horacio Hernandez e Mike Mangini, organizzata da Sergio Fanton. Credo sia stato attorno al 2003. Per me fu una folgorazione! E confesso che fino ad all’ora, nemmeno mi era così chiaro cosa fosse una clinic…
Restai incantato dal format: adoravo l’idea di potersi presentare con la propria batteria, suonando quello che uno vuole e che lo rappresenta. Mi piaceva l’idea di poter esibire la propria bravura ma in maniera altruistica, trasmettendo e comunicando concetti, informazioni ed esperienze ai partecipanti. Rispondendo a domande. Permettendo, insomma, a chi segue la clinic di uscire da quell’appuntamento arricchito, con nuovi spunti per studiare e crescere. Partecipare a quell’evento fu per me, capire quello che mi sarebbe piaciuto fare.
 
Ti condizionò molto…
Moltissimo.  Mi svelò un obiettivo nuovo e chiaro che volevo raggiungere: fare il clinician!
E quando nella musica (o in qualunque attività professionale) trovi un obiettivo così chiaro è sempre un bene perché riesci a profondere le tue energie in maniera più mirata, funzionale.
E così è stato, perché negli anni, oramai, ho fatto clinic in giro per il mondo: Spagna, Inghilterra, Germania, Olanda, Belgio, Australia, Cina, Giappone…
Magari, se avessi avuto lo stesso tipo di trasporto vedendo un concerto memorabile con uno straordinario turnista che accompagnava con un grande artista, chissà, la mia carriera sarebbe andata in un’altra direzione...

Federico Paulovich: la musica è divertimento, riflessione e leggerezza
 
Visto che nomini la carriera, raccontaci in che progetti sei coinvolto al momento?
È appena uscito il quinto disco dei Destrage, il terzo con Metal Blade e siamo entusiasti di come al momento sia stato accolto da critica, recensioni, pareri tra gli addetti ai lavori. Abbiamo lavorato con Josh Wilbur che è il produttore con il quale avremmo voluto lavorare da sempre. Abbiamo presentato il disco dal vivo, lo scorso 21 giugno, a Milano al Santeria Social Club a Milano. Abbiamo fatto sold out e l’accoglienza del pubblico è stata emozionante, spettacolare. Abbiamo dei supporters meravigliosi!
Poi altra novità importante è che finalmente aprirò una mia scuola di batteria, sarà un’altra sede NAM che fisicamente sarà dislocata presso il World Music Studio di Pessano con Bornago.
Inoltre, non smetto mai di continuare a far crescere e tenere aggiornato il mio sito di online lesson…tanto più ora che sto aprendo una sede fisica, ritengo sia importante che questo sia al massimo dell’efficienza proprio per poter offrire lo stesso servizio a chi non potrà, per ovvie ragioni, studiare con me fisicamente.
  
Tra tour, clinic, lezioni, registrazioni, nuovi progetti la tua vita pare totalmente assorbita dalla musica…
Sì, però cerco di non scordarmi mai una cosa. La musica deve essere qualcosa che ci fa stare bene: un momento di riflessione che non deve però mai rinunciare alla leggerezza.
Per questo è importante riuscire a dare alla musica la giusta collocazione in termini di importanza nella propria vita. Bisogna ricordarsi che il mondo va avanti anche senza la batteria. Ogni tanto mi ripeto che, alla fine, non è che noi musicisti abbiamo trovato la cura per il cancro. Siamo persone fortunate che hanno trovato una passione forte e possono condividerla, celebrarla con persone che hanno in comune gli stessi interessi, attività, amore. Per cui bisogna stare attenti, non permettere alla nostra vita di spendersi totalmente, esclusivamente in maniera totalizzante nella musica. Perché questa deve restare un magnifico di più.
 
Non esagerare, ossessionarsi con lo studio e la pratica, quindi?
No, non sto dicendo questo. Perché se si vogliono raggiungere determinati risultati, se si vuole arrivare in alto, è necessario prendere la musica, la pratica, lo studio molto, molto seriamente. Ma comunque, senza rinunciare a un equilibrio di base, tra la nostra vita e lo spazio che spetta alla musica, che deve restare sano.

In questo articolo pubblichiamo la parte più giornalistica e musicale della nostra chiacchierata con Federico Paulovich. Torneremo presto con un approfondimento più tecnico legato alla sua strumentazione.



Foto panoramica di copertina di Alessandra Fuccillo
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