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The Framers: il jazz contemporaneo racconta la pittura
The Framers: il jazz contemporaneo racconta la pittura
di [user #17404] - pubblicato il

Phil Mer e Andrea Lombardini sono due intellettuali dei loro rispettivi strumenti, batteria e basso. Due musicisti modernissimi e creativi capaci di abbracciare in maniera stupefacente virtuosismo, ricerca e sperimentazione. Il loro progetto The Framers coniuga la passione per il jazz contemporaneo a quella per la Storia dell'Arte. La loro musica diventa la maniera per celebrare e raccontare i dipinti che li hanno colpiti e ispirati.

Da questo mese Andrea e Phil saranno presenti sulle pagine di Accordo per raccontarci il loro progetto The Framers di cui, a breve, uscirà il nuovo disco. Si parlerà di songwriting, arrangiamento, pratica musicale e alcuni dei loro brani verranno suonati e analizzati.

Qual'è l'idea alla base del progetto The Framers?
Phil: Scrivere ed eseguire della musica che sia ispirata e insieme racconti dei quadri. Il progetto nasce proprio dalla volontà di coniugare due passioni molto grandi, quella per il Jazz Contemporaneo e le sperimentazioni ritmiche con quella per la Storia dell’Arte, disciplina in cui io sono laureato, mentre Andrea è laureato in Filosofia. Ho sempre considerato il fatto di coniugare la passione per la Storia dell’Arte con la musica, un traguardo della mia vita artistica.
Il primo disco dei Framers è del 2013: abbiamo scelto una serie di capolavori della storia dell’arte (opere di Dalì, Bosh, Piccasso...) e ci siamo impegnati a musicarli.
 
Da quando esistete?
Phil: Nel 2009 io volevo avvicinarmi al Jazz, ambito musicale nel quale Andrea è rinomato. Ad agevolare la cosa c’era il fatto che entrambi si provenisse da Treviso e Andrea, tra l’altro, fosse in classe con mia sorella. Abbiamo iniziato trovandoci per jammare poi, visto che c’era una grande intesa, gli ho proposto questa idea...


 
Suonate rigorosamente in duo?
Phil: No, assolutamente. Proprio nel primo disco, per esempio, ci siamo avvalsi di diversi collaboratori: il tastierista newyorkese Jason Lindner, Fulvio Sigurtà alla tromba e Francesco Bearzatti uno dei più quotati sassofonisti jazz italiani. A questi musicisti si sono uniti diversi ospiti come Leo Di Angilla alle percussioni, Malika Ayane e Mario Biondi alla voce…
 
Andrea: È un disco vario e colorato, con una bellissima opera grafica di Sergio Papalettera, un professionista dell’immagine e della grafica che vanta collaborazioni importanti come Pausini, Jovanotti, Battiato... Il disco è accompagnato da un cofanetto particolare, contenente 9 cartoline con le immagini dei quadri musicati, in modo che chi ascolta abbia sotto gli occhi la visione ispiratrice della musica. Era importante per noi, abbinare le immagini alla musica: è decisivo che questi elementi, opere e musica, siano uniti a tal punto. La maniera migliore per fruire della nostra musica è ascoltarla proprio davanti al quadro.

E dal vivo?
Andrea: Anche dal vivo, proiettiamo sempre l’immagine dell’opera che ha ispirato la scrittura del brano che in quel momento stiamo suonando.
Phil: I concerti piacciono anche per questo motivo: chi non è necessariamente un grande appassionato di jazz, musica strumentale o improvvisata ma invece ne sa qualcosa di più - o ha una vera passione per la pittura - trova proprio nel quadro la possibilità di entrare e capire maggiormente la musica.
Viceversa, un appassionato di Jazz che non necessariamente è un profondo conoscitore della pittura, trova nella musica un veicolo per scoprire cose nuove.
 
Addentriamoci nel vostro approccio musicale. In che maniera mettete in musica i quadri che avete scelto?
Andrea: Non ci basta suonare liberi, vagamente ispirati dal quadro. Vogliamo che nella scrittura musicale o nell’improvvisazione, ci sia un legame molto profondo e anche su più livelli con il quadro cui ci ispiriamo. Vogliamo essere ispirati dalle riflessioni poetiche che hanno spinto i grandi pittori a concepire le proprie opere. Il processo di scrittura dei Framers nasce prima di tutto dalla scelta delle opere. Quindi, di ciascuna opera, Phil inizia a sintetizzarne i contenuti. Da lì, iniziamo a ragionare sugli aspetti che ci interessa di più enfatizzare. Può essere un elemento didascalico descrittivo o qualcosa legato alle tecniche di pittura impiegate, tecniche che cambiano a seconda degli anni, dei secoli, variano da pittore a pittore. Ma può essere anche il periodo storico o la provenienza del quadro a suggestionarci. Tutti questi elementi diventano possibili tasselli del puzzle musicale che comporremo.
 
The Framers: il jazz contemporaneo racconta la pittura

La musica spiega il quadro…
Andrea: Non è questo il nostro obiettivo. Non abbiamo la pretesa di spiegare in maniera esaustiva il quadro attraverso la nostra musica. Ci piace pensare di fornirne una possibile interpretazione. Quello che ci interessa, quello che conta è piuttosto la stretta correlazione tra musica e pittura. Ci sono sempre delle precise caratteristiche concettuali o tecniche dell’opera che vengono tradotte da stimolo visivo a stimolo musicale
 
Aiutateci a capire come una qualunque peculiarità di un quadro può essere tradotta in sintassi musicale…
Phil: Nel primo disco, per esempio, abbiamo musicato “La Persistenza Della Memoria", quadro molto noto di Salvator Dalì, i celebri Orologi Molli. L’immagine è quella di una serie di orologi che si sciolgono, quasi fossero delle forme di formaggio sottoposte a un grande calore.
Ed è un po’ un ossimoro perché, nello sciogliersi dell’orologio, si vuole suggerire che il tempo, soprattutto nella dimensione del sogno e del ricordo, non è qualcosa di fisso, solido, scientifico, attributi che normalmente gli si riferiscono. Il tempo dei sogni e dei ricordi, è qualcosa che ondeggia, che insegue il ticchettio irregolare di un orologio che si deforma. 
Noi abbiamo cercato di trasportare questa poetica in musica, facendo sì che il tempo metronomico di quella canzone assecondasse un ondeggiamento ritmico che è totalmente elastico, molle. C’è un groove ma non c’è un bit stabile: la batteria sembra accelerare e rallentare con un’intenzione che sembrerebbe casuale e che, invece, rispecchia una scrittura architettata su una serie di complesse modulazioni. Chi ascolta ha la sensazione che la batteria parta dritta ma poi segua un metronomo che è storto come le lancette negli orologi di Dalì.
 
E dal punto di vista melodico e armonico?
Andrea: Nel nostro prossimo disco, ci sarà un pezzo che si chiamerà "Black on Gray" basato su un quadro astratto di Mark Rothko.
L’opera è una grossa tela quadrata divisa in due parti, una sostanzialmente nera, l’altra sostanzialmente grigia. La mia interpretazione, per tentare di tradurre in musica la vicinanza cromatica tra il nero e il grigio, è stato prendere un intervallo di semitono, il più piccolo possibile nella musica tonale e far sì che due note che lo incarnano - il Si e il Do - fossero costantemente presenti nello sviluppo del brano. Il semitono resta presente in tutto il tema ma, soprattutto, rimane costante all’interno di ogni accordo nell’incedere della progressione armonica. Questa, quindi, si sviluppa in maniera particolare, creando delle sfumature emozionali differenti, vicine a quelle che si possono provare trovandosi di fronte a questo quadro che è bicromatico, tutto nero e tutto grigio. Ma che, se lo si osserva avvicinandosi, si scopre offrire al suo interno infinite sfumature degli stessi colori.



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