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"I am a Peacock": intervista a Pierpaolo Ranieri
di [user #17404] - pubblicato il

Il disco solista di Pierpaolo Ranieri è un lavoro semplice e ricercatissimo assieme: semplice nella ricerca di essenzialità degli arrangiamenti che lasciano al basso elettrico spazi enormi; ricercatissimo per la cura, sensibilità e stile con cui questi spazi sono gestiti. Si mescolano elettronica e Lo-fi, affogati in un'estetica sonora analogica e vellutata, pulsante e viva, che si diverte a evocare scenari da colonna sonora da b-movie italiano anni'70. Tutto è suonato benissimo e scritto meglio.


Di questo disco amo particolarmente l’idea di suono che ci sento alla base…
Un’idea che si è sviluppata in maniera molto naturale, direi quasi accidentale.
Anni fa ho iniziato a collezionare alcune idee: spunti che avrebbero dovuto essere le basi su cui sviluppare un mio disco, un album che, francamente, allora immaginavo più canonico. Nei provini utilizzavo esclusivamente il basso, qualche synth e dei groove essenziali di batteria: molte elettroniche e qualche acustica. Piano, piano, continuando a risentire quei demo così essenziali ho iniziato ad abituarmi e ad apprezzare quelle sonorità così asciutte. In poco, ho deciso che quell’estetica minimale sarebbe diventata il carattere del disco.

Con cosa registri?
Io per registrare uso Logic. 
 
Usi i virtual instrument di Logic?
No, le cose elettroniche che senti (dalle drum machine ai synth) non sono mai plug in. Sono sempre macchine su cui suono manualmente e intervengo in tempo reale sul suono, agendo su filtri e regolazioni…


 
E le batterie acustiche che si sentono? Sono dei sample?
No, sono state suonate da Marco Rovinelli. Però ci siamo impegnati per registrarle in maniera molto analogica, retrò. Tutta la batteria è stata ripresa con due soli microfoni. Per quello suona come un vecchio sample e contribuisce a creare quel mix tra elettronica e suono Lo-fi che cercavo. 
 
Proprio questa miscela sonora è uno dei punti di forza del disco!
Grazie. E a tal proposito, voglio assolutamente nominare il lavoro straordinario del produttore di questo disco, Luca Sapio,  che è anche il titolare dell’etichetta per cui è uscito, la Blind Faith Records. Luca ha dato un apporto eccezionale: in primo luogo mi ha incentivato a insistere sul suono essenziale che avevo in testa. Luca ha questo studio a cui è affiancata  l’etichetta, che io chiamo la Motown Records del Pigneto ed è un posto pazzesco: zeppo di outboard analogico di gran livello! E lavorare con queste macchine è stato determinante ai fini del sound finale.

In particolare cosa hai utilizzato?
Guarda, solo il fatto di aver mixato in analogico ha condizionato moltissimo il sound del disco. È un approccio al mix più fisico, performativo dove ogni mix che fai è quasi irripetibile. Poi ho usato vari compressori, riverberi molto vecchi, in particolare, un Binson Echorec...Il Binson, davvero l’ho spremuto e il suo carattere esce in tante parti del disco.
 
...l'Echorec, quello dei Pink Floyd!
Esatto. E non è un caso, visto che i Pink Floyd sono stati di sicuro la band più influente nella mia formazione. "Meddle" è un disco imprescindibile per me…

"I am a Peacock": intervista a Pierpaolo Ranieri
 
Nel disco c’è un utilizzo molto creativo di parti vocali…
Anche questo è un aspetto del disco a cui va reso merito a Luca perché è stato lui ad aggiungere le voci che senti. Luca è in contatto con un collettivo di poeti africani che ci hanno mandato delle parti vocali con semplici letture, riflessioni, poesie…
 
Quindi non sono state riprese in studio?
No, no…ci hanno inviato dei messaggi vocali che poi Luca ha manipolato a livello sonoro. Un altro elemento che oltre che suggestivo ha giovato al carattere particolare del sound dell’album…
 
Parlando di basso, nella costruzione di alcune parti c’è un approccio quasi da loop station…
Sì, io sono uno che ha esplorato molto le possibilità offerte dalla loop station. 
È quel tipo di approccio è finito per essere molto presente in questo lavoro.
 
Viceversa, nei suoni, non sento un utilizzo così intenso di effetti a pedale…
Direi di no. Ho usato davvero l’essenziale. Ecco, semmai ti nominerei un pedale whammy del quale mi sono servito un po’…
 
"I am a Peacock": intervista a Pierpaolo Ranieri

Eppure la varietà di suoni di basso è ricchissima!
Quella viene proprio dai bassi perché ne ho utilizzati moltissimi diversi. Ciascuno ha portato un carattere sonoro deciso, peculiare.  In questo disco ce ne sono davvero tanti, quasi una ventina. E c’è una selezione strana: perché si passa da bassi vintage, prestigiosi e molto ricercati ad altri di fascia quasi economica. Per esempio, io adoro i Classic Vibe della Squier.

Tra i bassi più vintage che hai usato?
Un Crucianelli degli anni ’60, un Gibson Ripper, un Harmony Bass, qualche Fender anni ’70…
 
Usare bassi di fascia economica credi abbiano contribuito al sapore Lo-fI del disco?
Di sicuro mi piaceva insistere su questo carattere. Ma non è solo quello. In alcuni casi, semplicemente mi piaceva come suonavano. Oppure, mi è successo quello che è un classico della produzione e registrazione di un disco: ti capita di catturare e registrare al volo un’idea acchiappando il primo strumento che ti trovi sotto mano. Poi al suono di quell’idea ti ci abitui, e ci costruisci attorno il pezzo. E quando arriva il momento di rifare in bella quell’idea di partenza, registrandola con uno strumento migliore, ti accorgi che nient’altro suona così bene. E finisci per usare l’originale!
 
Mi ha colpito la voce del basso nelle parti tematiche.
È un aspetto sul quale ci siamo concentrati molto. Affidare al solo basso, posizionato al centro del mix un ruolo di voce principale non mi convinceva. Così ho doppiato molti temi.
Suono la stessa parte due volte e la tengo aperta nello spettro sonoro. La parte è la stessa ma adotto degli stratagemmi per dargli una spazialità ulteriore, esasperando l’effetto di chorus…
 
Per esempio?
Per esempio suono una stessa melodia con due diversa attitudini: su una traccia eseguo tutte le note in maniera tradizionale mentre, sull’altra traccia, alcune note le prendo con bending, slide. Oppure lascio una traccia clean, con molto attacco e l’altra più distorta, grossa. Insomma, cerco di far sì che ogni tema abbia un colore diverso.
 
Prima hai nominato i Pink Floyd come una band che ti ha influenzato. Invece a livello bassistico?
Beh, io ho amato tantissimo Doug Wimbish dei Living Color!

"I am a Peacock": intervista a Pierpaolo Ranieri
 
Direi che hai avuto un imprinting decisamente rock…
Sì, e io, tra l’altro credo molto nell’imprinting di un musicista... Se tu cresci in un ambiente nel quale da ragazzino ascolti molto un tipo di musica e te ne appassioni, finirai per suonarla con una marcia in più. A parità di studio e pratica di uno stesso genere, chi quel genere l’ha ascoltato e amato da ragazzino, inevitabilmente finirà per suonarlo meglio…
 
Pierpaolo, tu lavori molto nel Pop. C’è qualcosa di quel mondo musicale che hai portato in questo disco?
Direi di no. Anzi ho volutamente cercato di non portare quel tipo di estetica che avrebbe rischiato di far suonare il disco un po’ troppo pulito, patinato. Più vicino alla musica Fusion…
 
Non sei un tipo da Fusion?
No. Di sicuro è un limite mio ma credo che non mi sentirei a mio agio in quel genere. Insomma, non ce la farei a fare un pezzo spudoratamente bassistico, tutto in slap, alla Marcus Miller…
 
Però con i Virtual Dream suonavi dell’ottima Fusion…
Sì, è stato il mio progetto più vicino a quel genere. Anche se devo dire che la fase che ho amato di più di quella band è stato il nostro avvicinarsi a un certo tipo di rock psichedelico…
 
Visto che parli di rock psicadelico, ci sono alcuno sprazzi, particolarmente lanciati del disco, in cui mi ricordi i Goblin più stralunati, quelli di “Profondo Rosso” …
Oh sì, assolutamente. Volevo che il disco avesse questo carattere cinematico che ammiccasse a certe colonne sonore da film anni’70 italiano. Adoro per esempio quelle di Bruno Nicolai o di certi vecchi documentari di quegli anni…


 
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