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Il blues? Questione di template
Il blues? Questione di template
di [user #116] - pubblicato il

Carl Verheyen è un sessionman universalmente apprezzato per la vastità del suo linguaggio musicale. Su quello che serve nel blues, ha un’idea ben precisa.
Sapersi muovere tra gli accordi è la base per qualsiasi musicista. Avere una buona conoscenza di scale e arpeggi permette a un solista di portare a termine degnamente un chorus improvvisato. Ma contare sul giusto bagaglio di frasi e cliché propri di un genere può essere la spezia che manca per un assolo ben riuscito.

Il blues è un genere sconfinato e ricco di sfumature. Innumerevoli musicisti hanno rigirato e stravolto la forma blues tirando fuori l’impossibile da tre accordi, eppure anche i più grandi cadono nella riconoscibilità di una struttura, di una serie di abitudini che rendono le loro improvvisazioni in un certo senso “prevedibili”.

Se ascolti Albert King, è come se suonasse lo stesso assolo in ogni canzone, ma è così potente che lo adori!” ci ha spiegato Carl Verheyen.

Il blues? Questione di template

L’occasione per affrontare l’argomento si è presentata parlando di Essential Blues, il suo disco di standard blues registrato in tempi record. Ecco cosa ci ha raccontato Carl del lavoro.

Carl Verheyen: L’ho registrato in tipo tre giorni, praticamente dal vivo.
L’intenzione iniziale era fare una compilation di brani blues provenienti dai miei vecchi dischi e registrare solo due nuove canzoni, ma il produttore mi ha proposto: “perché non fare come i Rolling Stones? Partire e registrare un disco intero in tre giorni?”
Il progetto sarebbe quindi stato di avere il prodotto finito in un mese, e così è stato.
Ho pensato che se avessi registrato brani nello stile del Delta, di Chicago, del Texas, country, blues britannico… ne sarebbe venuto fuori un album davvero variegato. È tutto si è svolto davvero in fretta!
Abbiamo cominciato a registrare di lunedì alle 3 del pomeriggio e abbiamo fatto due canzoni, il giorno dopo cinque canzoni, e il giorno dopo ancora le altre.

Accordo: Lavorando così, immaginiamo ci sia stato davvero poco tempo per scrivere parti e fare take addizionali…
CV: Abbiamo fatto qualche take aggiuntiva, ma erano praticamente tutte prime take, buona la prima.
È quella che io amo chiamare “la take della scoperta”, perché è quella in cui analizzi sul momento ciò che accade, pensi “stiamo passando su un G7, ecco cosa posso fare”. Invece nella seconda take te lo aspetti, pensi “quel G7 arriverà tra un po’, ci farò questa cosa qui”. La prima take è estemporanea, coglie l’attimo, e spesso è la cosa migliore.
Va detto che avevo suonato a lungo in passato molti dei brani che avremmo registrato. E in generale… è blues!

La riflessione che ne è seguita riguarda l’importanza di avere un repertorio solistico all’altezza, di quanto padroneggiare il linguaggio sia fondamentale a sfangarla nel genere, sfoderando quelli che Verheyen chiama “i template del blues”.
Che sia tutto davvero lì?

carl verheyen interviste
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di claude77 [user #35724]
commento del 25/04/2020 ore 11:56:20
A prescindere dall’essere contrari o d’accordo con il contenuto, quando parla un chitarrista di tale livello si legge e si riflette.
Rispondi
di Ermo87 [user #33057]
commento del 25/04/2020 ore 13:13:46
caspita se è vero. che poi quando dice "L’ho registrato in tipo tre giorni, praticamente dal vivo" o "La prima take è estemporanea, coglie l’attimo": certo, se sei Carl Verheyen con tanta di esperienza e studio dietro eheh
Rispondi
di pelgas [user #50313]
commento del 25/04/2020 ore 16:32:18
Il blues è il cuore che pulsa nella mano destra. Cervello guida la sinistra. Albert king suonava con corde sottili, abbassando di parecchio la tensione, fino al limite della possibilità tecnica di tenere l'accordatura in maniera decente; non usava plettri. Suonava quasi solo sulla seconda e terza corda, sempre gli stessi lick, variando i bending. Effetti minimi, chorus, phaser, un po' di gain dei transistor. Eppure...
Rispondi
di alfcos [user #30701]
commento del 25/04/2020 ore 17:59:28
Che Albert King usasse Chorus e Phaser non si era mai sentito. Io l’ho visto in concerto nel 1989 da due passi e a terra non c’era niente...
Salad
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di pelgas [user #50313]
commento del 25/04/2020 ore 20:47:18
Io lo adcolto da mp3 e spesso sento degli accenti come di chorus o di phaser. Ma parlo di un pelo proprio
Rispondi
di Zoso1974 [user #42646]
commento del 27/04/2020 ore 18:21:58
Sinceramente ne dubito... non so a che periodo ti riferisci, ma tendenzialmente negli anni d'oro l'ho sempre visto andare dritto in un Fender valvolare...
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di dale [user #2255]
commento del 25/04/2020 ore 21:34:42
anche a me sembrava che non ci fosse nessun effetto, e in effetti nel suo suono storico per cui è passato alla storia del Blues non c'è traccia di effetti, ha usato un po' di phaser ( Ho letto ) da fine anni 70 in avanti per un periodo...
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di svizzero [user #4516]
commento del 26/04/2020 ore 08:24:57
ho provato a registrare un disco (blues) in presa diretta ed ho capito che... per gli esseri umani comuni è impossibile! Bisogna avere enorme esperienza (sia live che in studio) e soprattutto le idee moooolto chiare.
Per quanto riguarda Albert King, io ho un CD della seconda metà anni '70 in cui usa un phaser abbastanza invadente; nulla a che vedere col suo suono storico.
Rispondi
di pelgas [user #50313]
commento del 26/04/2020 ore 14:27:00
Le vecchie registrazioni non usa nulla se non forse qualche Echo o cose simili per fare spazializzare un po' il suono. Poi via via si sente che col passare degli anni aggiunge un pizzico di effetti, ma roba di poco.
Il grande Albert, nato di 25 aprile.
Morto di infarto, abbandonato da una p. in un parcheggio di un ospedale. Un epilogo simile, forse meno indegno, l'ha avuto un altro grande chitarrista italiano: pino Daniele
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