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La mia prima Les Paul è giapponese
La mia prima Les Paul è giapponese
di [user #13581] - pubblicato il

Il fascino della single-cut colpisce anche i patiti della Strat. Il manico avvitato di una Greco d’altri tempi può gettare le basi per il colpo di fulmine.
Era da tempo che andavo in cerca di una Les Paul. A dire la verità non mi è mai piaciuta, mi son sempre trovato meglio con le stratoidi. Tuttavia, tornando a suonare in un gruppo dove l'altro chitarrista usa solo Stratocaster, mi sono trovato davanti all'opportunità di ampliare il mio parco chitarre con qualcosa che più si avvicinasse (almeno esteticamente) a una Les Paul.

Avevo cominciato a cercare tra le tribute Gibson, in particolare mi ispirava parecchio l'idea di avere una Goldtop con i P90.
La ricerca però si è arenata, un po' perché non trovavo quello che cercavo al prezzo giusto e in condizioni accettabili, un po' perché l'inizio della pandemia globale ha subito ucciso l'entusiasmo di una estate piena di live.
Tutto era sospeso: la ricerca di quel tipo di chitarra prima si era spostata sulle Gretsch cinesi (le Electromatic) che potevano sostituire l'idea iniziale di una Les Paul, poi sulle copie più o meno spudorate delle Gibson ma mantenendo un minimo di ricerca storica, tipo le Tokai.

Passano mesi e sono lì lì per far partire il bonifico per una Tokai di produzione recente, non giapponese, quando all'improvviso sul mercatino più conosciuto del web spunta una Greco anni '90. La curiosità mi spinge a fare ricerche, confrontare prezzi e scovare curiosità. Questa chitarra made in Japan poteva fare al caso mio.
Faccio una telefonata e l'affare è fatto: un paio di settimane e un parente che tornava dalle ferie nei luoghi di chi la vendeva mi ha recapitato questa Greco del 1992 direttamente a casa, risparmiando qualche decina di euro dei costi di spedizione.

La mia prima Les Paul è giapponese

Mi sono trovato nella situazione di aver comprato l'ennesima chitarra senza averla suonata e soprattutto senza averla visionata di persona: è pur sempre uno strumento che ha quasi trent'anni, quindi mi aspettavo qualcosa che dalle foto non potevo quantificare. E invece, dopo l'apertura dei ganci della custodia rigida (inclusa nell'acquisto), mi son trovato davanti a una chitarra che mi ha lasciato senza parole.
Sarà stata l'attesa, sarà stato il fatto che è una chitarra che seppur "copia" di un'originale ha il potere di rievocare i ricordi dei miei primi accordi sull'elettrica. Mi è tornato alla memoria quando avevo 17 anni e ascoltavo solo Led Zeppelin oppure i primi assolo di Kirk Hammett. Una bella senzazione davanti a una chitarra tenuta molto bene a prima vista, e questo lasciava ben sperare.

Il binding bianco è virato sull'avorio ingiallito, cosa che ricercavo in una Les Paul nera. Un rapido sguardo alla tastiera (in ebano) e ai tasti: tutto in ottimo stato, quasi fosse stata dimenticata in soffitta dopo l'acquisto.
Il giorno dopo l'ho passato a smontarla e lucidarla, rendendomi conto che non è tutto oro quel che luccica ma che mi abbia fatto soffrire.



In particolare, smontando i vani dei pickup e dell'elettronica mi son accorto che qualche intervento di manutenzione negli anni è stato fatto: non ho trovato i cavi schermati con la calza metallica tipica delle produzioni di quegli anni da parte della casa madre, come ho notato che i copri pickup son stati sostituiti. In effetti sembravano troppo nuovi per avere trent'anni. Tuttavia le meccaniche son marchiate Made in Japan così come i due pezzi del ponte Tune-o-Matic.
Sul retro dei pickup ci sono delle annotazioni in spagnolo: mi fa pensare che sia passata per di lì prima di arrivare al ragazzo che me l'ha ceduta.
Mi piace quindi pensare che questa Les Paul ha girato il mondo, passando da diversi chitarristi con diverse intenzioni, prima di arrivare qui.
Proseguo la pulizia e mi accorgo che una mascherina del pickup è crepata dove c'è una vite. Davvero una piccolezza.
Per il resto, dopo la lucidata, la Greco è come nuova: luccicante, accattivante, bellissima.



Strimpello un po' senza ampli e con grande sorpresa mi trovo un manico comodissimo, sia per curvatura posteriore sia scorrevolezza della tastiera. È pesante, ma l'avevo messo in preventivo.
Il passo successivo è stato provarla sul mio Bogner Alchemist che mi ha dato la conferma che non è la classica Les Paul che credevo. Me l'aspettavo più chiusa, cupa e ingolfata mentre sui clean l'ho trovata rotonda e intellegibile così come sui distorti precisi e molto dinamici. Merito dell'elettronica o della mia mano? Del manico avvitato o della fattura giapponese? Chissà. Fatto sta che imbracciare una chitarra con quella silhouette porta inevitabilmente ad approcciarsi in modo diverso al playing.
Vale quindi la pena per me - che dovevo avere una chitarra esteticamente simile a una Gibson - spendere di più per avere un'originale o mi basta questa Greco per sentirmi a mio agio e suonare? È quindi questo il mio primo approccio al vintage dei poveri che mi incuriosisce tanto: ridare dignità a strumenti che hanno girato il mondo e hanno suonato in luoghi e generi distanti dal mio, a prezzi abbordabili senza esagerare.
Magari un giorno passerò e capirò il gap qualitativo con quelle "vere" made in USA, ma per il momento mi godo questo gioiellino che apprezzo tanto, un po' per la mia propensione allo spendere il giusto, un po' perché a volte cambiare tipologia di strumento può portare ad aprire gli occhi su mondi nuovi per quanto riguarda acquisti, sonorità e attitudini.
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