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Intervista ad Adriano Molinari
di [user #28308] - pubblicato il

Adriano Molinari è sicuramente uno dei musicisti italiani più noti al grande pubblico grazie alla sua lunga collaborazione con Zucchero Fornaciari. Ho avuto modo di incontrare il batterista emiliano nell’atmosfera tranquilla del suo studio, in un piccolo paese di campagna alle porte di Modena. La primavera è al suo inizio, e da queste parti ci si prepara a riprendere il lavoro nei campi dopo il freddo inverno.

Troviamo Adriano impegnato nei preparativi in vista della tournée mondiale che lo vedrà nuovamente dietro i tamburi della band di Zucchero. Da pochi giorni gli è stata consegnata la nuova batteria preparata dai tecnici Tama secondo le sue richieste. Ho modo quindi di ammirare in anteprima lo strumento e di ascoltare Adriano all’opera.

Lo stile e il suono del musicista sono unici, molto riconoscibili. Un condensato di potenza e solidità tipiche del rock e di una musicalità innata degna del miglior R&B, il tutto imperniato su un senso del ritmo assoluto che lo rende uno dei batteristi più affidabili e “comodi” in circolazione.

Adriano è estremamente gentile e accogliente e l'intervista, nonostante la riservatezza tipica delle genti di queste zone, scorre sincero come un buon bicchiere di lambrusco.

La prima domanda è d’obbligo: cosa ti ha spinto ad avvicinarti alla musica?
Ho iniziato a sei anni. I miei genitori andavano alle feste dell’unità a ballare con le orchestre di liscio e io, come molti bambini fanno anche adesso, stavo davanti al palco, ma volevo mettermi sempre davanti alla batteria. Una volta il batterista dell’orchestra mi mise dietro ai tamburi. Non arrivavo ai pedali però suonavo e sentii che i musicisti mi guardavano con approvazione. A otto anni ho cominciato a prendere le prime lezioni da un insegnante il cui nome è Mauro Gherardi. E’ stato il mio primo e unico insegnante fino a 18 anni. Ci vediamo ancora, lui viene da me o io vado da lui e suoniamo. Gli faccio sentire delle frasi che mi vengono e lui, se gli piacciono, le annota. A lui piacciono le cose un po’ composte mentre io mi trovo meglio nella semplicità, ma mi ha insegnato molto e in un certo senso mi ha insegnato anche a stare nel mondo della musica.

C’è stato un momento preciso nel quale hai deciso di voler fare il musicista?
A 14 anni ero già su un pulmino a fare del liscio. Io sapevo che volevo suonare, non vedevo altro nella mia vita.
Sempre tramite Mauro Gherardi, che lavorava moltissimo ed era molto conosciuto, ho trovato la prima orchestra. Pensa che ci voleva la firma di mio padre per andare a suonare. Per otto anni ho fatto del liscio. Una bella gavetta, un po’ lunga (risate), ma mi è servita. Tre o quattro anni li consiglierei a tutti anche se una volta era diverso, si suonava di tutto e non c’erano le basi.
In seguito ho suonato molto fino a cominciare a fare le prime tournée. Ho suonato con Nick The Night Fly, poi con Paolo Belli per passare con Eugenio Finardi col quale ho suonato per quattro anni. Da lì ho iniziato la mia esperienza con Zucchero e per un anno ho anche suonato con Claudio Baglioni.

Cosa pensi sia importante oggi per chi volesse fare della musica una professione?
Rimane importante suonare sempre con tutti e di tutto, poi se sei bravo pian piano, con il passaparola, cominceranno a parlare di te. Io volevo suonare musica, non un solo genere musicale. Se è musica suonata bene, mi diverto a suonare di tutto. Magari non sarò mai un jazzista puro, ma forse non mi interessa neanche. Mi interessa suonare come piace a me, ovviamente osservando le regole dello stile, ma cercando di avere una mia personalità che possa andare bene in diverse situazioni. Mi piace essere accettato. E’ importante vedere la musica da musicista, non solo da strumentista, la batteria mi serve per comunicare.

Quindi ritieni importante conoscere e praticare più stili musicali?
Sì, per comprendere la musica bisogna ascoltarla tutta. Poi uno può suonare anche solo un genere musicale, ma per me una personalità musicale si costruisce col suono e con il modo di suonare.

Come definiresti il tuo stile?
Non lo so. Mi è capitato spesso che mi dicessero che ho una mia personalità musicale, ma io non comprendo ancora da dove questo derivi. Forse è il suono, che dipende dalla sensibilità di ognuno di noi. Io ho studiato molto questa cosa e ho cercato un mio suono. Per fare un esempio, spesso suono sui tom colpendo pelle e cerchio perché così facendo ottengo un suono globale dello strumento che corrisponde a quello che sento, quello che ho in mente. Nello studio ad un certo punto ho voluto tornare indietro e perfezionare alcune cose.
Probabilmente ho una personalità perché nella musica vado a cercare un effetto che dia un senso all’esposizione del brano, dosando quello che faccio e cercando di creare un crescendo di intensità. Questo è un concetto che ritengo importante per tutti i generi musicali. Cerco di ascoltare molto quello che mi succede attorno sforzandomi spesso di trattenermi e di dosare gli interventi in base a quello che la musica richiede. Anche questo forse deriva dall’ esperienza fatta in orchestra. Trovare la formula giusta per suonare qualcosa della quale poter essere soddisfatto, in  un contesto nel quale magari devi far ballare il pubblico. Devi avere il rispetto di quelli che suonano con te, esprimerti senza essere invadente e questo vale in tutti i generi. La personalità si esprime nel modo in cui interpreti la musica.

Questi sono concetti che tutti i batteristi dicono. La differenza e fra chi queste cose  le  dice e chi le fa sul serio.

Cosa ritieni sia più determinante per suonare, lasciarsi andare all’istinto o allenarsi al controllo?
Entrambe le cose. Anche nella vita a me piace stare un po’ indietro e lasciare agli altri la ribalta e così faccio nella musica. Poi magari vengo fuori quando si presenta il momento giusto, ma in genere penso che il ruolo del batterista sia avere un bel suono e portare il tempo il più perfetto possibile suonando per gli altri e cercando di legare quello che fanno. Per quanto riguarda la tecnica dello strumento posso dire che io non so sempre esattamente quello che le mie mani fanno. Mi canto gli accenti della frase, ma so sempre dove sono rispetto al tempo.

Insegni?
Mi chiedono di fare dei seminari e li faccio volentieri. Oltre a ciò, quando non sono in giro, insegno nel mio studio privato, ma mi reputo più uno che da dei consigli. E’ importante trovare l’insegnante giusto che sappia comunicare come suonare, il pensiero, il modo di stare nella musica.

Quale consiglio ti senti allora di dare a chi volesse intraprendere la professione del musicista?
Bisogna essere disposti ad apprendere e capire quali sono le cose importanti. Poi c’è la tecnica, ma suonare è un’altra cosa. Come dicevo prima la cosa che tutti dicono, ma che pochi fanno veramente è accompagnare bene, fare i passaggi al momento giusto, con gusto e col giusto suono. Poche cose, però bisogna farle veramente e questo è quello che fa la differenza. La musica è ciò che arriva a tutti.

Che impressioni ricevi dai ragazzi che ti capita di incontrare?
In generale non vedo negli occhi dei ragazzi la fame di arrivare. In mezzo a tanti ce ne sono due o tre che hanno quello sguardo. Gli altri sono curiosi, ma non guardano in grande, si accontentano di avere il gruppo e suonare con gli amici. La vita di ognuno di noi è diversa, la mia ha avuto un determinato percorso e dalla prima volta che ho visto qualcuno suonare la batteria ho voluto fare quello, ma ognuno ha le proprie motivazioni e le proprie priorità.

Oggi a volte i ragazzi non hanno voglia di fare tutti i passi e di soffrire. Io ho sofferto molto e anche se non lo auguro a nessuno, penso che il fatto di sudarsi le cose nella musica sia molto importante. La cosa più importante è aver chiaro l’obiettivo che vuoi raggiungere. Io da bambino vedevo il mio maestro che faceva i tour e volevo arrivare a fare quello che faceva lui.

C’è qualche aneddoto particolare della tua carriera che vuoi condividere con i lettori?
Posso raccontare la mia audizione con Zucchero: erano gli anni nei quali suonavo con Paolo Belli quando incontrai una persona dell’entourage che mi chiese se fossi stato disponibile a suonare con Zucchero. Come spesso avviene, la cosa sembrò morire lì e mi dimenticai dell’episodio. Dopo qualche tempo mi arrivò una telefonata con la quale mi veniva chiesto di partecipare alle audizioni per il tour mondiale di Zucchero. Io ovviamente dissi di essere interessato e mi informai per sapere quando presentarmi. La risposta fu: “adesso”. Il problema era che quella sera dovevo andare a suonare con un’altra band e sebbene con molta sofferenza, dovetti rinunciare per onorare l’impegno già preso. In seguito, il tour di Zucchero era ormai iniziato e io, ormai convinto di aver perso l’occasione buona, guardavo i servizi televisivi e i video in televisione. Dopo un paio di mesi ricevetti la telefonata di Luciano Lisi (allora coordinatore della band di Zucchero e attualmente con Ligabue) che mi riferì della necessità di trovare un altro batterista per il seguito del tour. Mi presentai insieme ad altri venti, suonai alcuni brani ed il giorno dopo mi richiamarono. Cinque giorni di prove e mi sono ritrovato al concerto del primo maggio a Roma. Dal 2002 suono con Zucchero con una pausa di un anno durante la quale ho suonato con Claudio Baglioni.

Hai suonato anche alla Royal Albert Hall di Londra, puoi riferirci qualche emozione di quel concerto?
Subito non mi sono reso conto dell’importanza dell’evento. Abbiamo suonato i brani del repertorio che ormai conoscevamo bene. Me ne sono reso conto meglio quando ho visto il dvd dopo qualche tempo (risate).

Tra poco inizierà il nuovo tour mondiale con Zucchero. Sei uno dei pochissimi batteristi italiani che possano vantare nel proprio curriculum la partecipazione a tour mondiali e a concerti con ospiti internazionali. Come verrà organizzato il tuo set, ci saranno modifiche rispetto all’ultima volta?
Per il  tour del 2007-08 Zucchero mi aveva richiesto un set che richiamasse un po’ gli anni ’60-‘70, quindi avevo due casse da 24 pollici, tom da 12, e timpani da 16 e 18 più un gong e un cembalo che per lui è un elemento fondamentale. Devo dire che di musica ne sa parecchio e gli piace molto la batteria, quindi ha le idee chiare sul tipo di suono e di impatto visivo. Questa volta ho fatto una richiesta specifica al mio sponsor Tama che mi ha inviato un set preparato per l’occasione con qualche particolarità. Userò una sola cassa da 24 pollici ma profonda 14. E’ il suono che ho sempre avuto in testa e che mi ricorda le batterie sulle quali ho iniziato a suonare. Il tom sarà un 13 pollici per 8, timpani 16 e 18 con i piedi. I piatti sono sempre UFIP serie Brillant e Class con misure grandi e vorrei utilizzare anche un prototipo hanno preparato su mia richiesta.

Nell’ ultimo album di Zucchero sono state utilizzate percussioni di diverso tipo, come ti destreggerai dal vivo, userete delle sequenze registrate?
In parte sì, ma oltre alla mia batteria userò un set ibrido con una gran cassa da orchestra, un surdo , un djembe, un timpano sinfonico, campane tubolari e un rullante.

Sul palco come gestisci l’ascolto?
Uso un mixer dedicato a me attraverso il quale controllo in maniera separata i volumi di cassa, rullante, i microfoni panoramici e tom. In più utilizzo canali separati per la voce, il basso, chitarre, tastiere e ovviamente il click. Ho degli ear monitor e un sub, dopo essermi abituato non ho mai avuto problemi.

Quindi utilizzi il metronomo?
Sì, per le sequenze. Utilizzo due misure come start, una per me e una per dare il tempo alla band, in quest’ultima c’è proprio una voce che conta per evitare problemi causati dalle macchine o dal rumore nei palchi grandi. La cosa curiosa è che alcuni brani vecchi erano stati suonati live e il metronomo è stato aggiunto dopo e io devo cercare di stare nel mezzo e non è semplice.

Come sarà organizzato il tour?
Inizierà il 9 maggio da Zurigo e continuare in Europa. Faremo cinque concerti all’arena di Verona poi a fine settembre andremo negli Stati Uniti e Canada.

All’estero zucchero è molto seguito, le collaborazioni passate con Paul Young, Sting, Bono Vox, Miles Davis, Eric Clapton e soprattutto Luciano Pavarotti lo hanno reso famoso ovunque. Penso che il tour durerà molto.

Come vedi il futuro della musica?
Secondo me il fatto che si vendano meno dischi dovrebbe invogliare gli artisti a fare più concerti e più musica dal vivo. Comunque si continuerà a fare musica dal vivo, è così bello! (risate) E poi quando dai dei colpi su quello strumento lì cosa c’è dopo? (risate)

C’è qualcuno in particolare che vuoi ringraziare?
Dal punto di vista personale voglio ringraziare mio padre che per primo ha visto in me questa passione e Mauro Gherardi.

Per la strumentazione ringrazio Casale Bauer per le bacchette Regal Tip, Mogar per la batteria Tama e Ufip per i piatti.

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