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Vintage Visions from the World - Paolo Lippi e la Stratocaster Sunburst del 1955 #09759 [IT-EN]
Vintage Visions from the World - Paolo Lippi e la Stratocaster Sunburst del 1955 #09759 [IT-EN]
di [user #63578] - pubblicato il

Abbiamo incontrato Paolo Lippi, chitarrista professionista di origine trevigiana classe 1965. Ha suonato per quasi quarant’anni sui palchi e negli studi di registrazione in Italia, Europa e negli USA, avendo vissuto per molti anni a San Diego, CA.
La sua “Number One” è, dal 1989, la Stratocaster 1955 sunburst che vedete nelle fotografie, nelle quali esibisce orgogliosamente tutti i segni del lavoro, del sudore e del blues-rock che ha suonato per tanti anni.

Domanda: Raccontaci come hai scoperto questa chitarra e come avveniva allora la ricerca di uno strumento del genere in Italia.
Risposta: La prima volta che l’ho vista fu durante un viaggio di piacere a Parigi nel 1988. Era esposta, appoggiata nella sua custodia, in un negozietto vicino a Pigalle. Era già allora molto segnata dall’uso, come sovente succede agli strumenti “magici”.     
Fu amore a prima vista, considerate che allora queste chitarre non si vedevano tanto facilmente, soprattutto in Europa. Chiesi ovviamente se fosse possibile provarla al negoziante che, riluttante, acconsentì. E così, dopo l’innamoramento per via del suo aspetto, fui completamente conquistato dal suo suono. Purtroppo non ci fu verso nemmeno di intavolare una trattativa, lo strumento non era assolutamente in vendita.


Tornato in Italia, dopo quasi un anno vengo a sapere da un amico che a un collezionista/venditore di Lavagna, Alberto Guizzetti, sono arrivate una Stratocaster del 1954 e una del 1955. All’epoca i canali per gli strumenti vintage erano assolutamente informali; in Italia c’erano il passaparola tra musicisti, forse un paio di mercanti, alcune inserzioni di vendita e i primi articoli sulla rivista Guitar Club. Telefono a questo collezionista e ci accordiamo per incontrarci a Milano, al SIM (Fiera della Musica di Milano) di settembre 1989. Quando la vedo, la riconosco immediatamente, è proprio “quella” di Parigi, ma questa volta è in vendita. Così, senza indugi, faccio la mia proposta al venditore, troviamo un accordo ed è finalmente mia! Tempo dopo ho poi saputo che era stata fotografata nel famoso libro sulla Stratocaster di André Duchossoir, al quale forse era appartenuta. Pare che fosse stata portata a Lavagna da un belga che operava in tutta Europa.

All’epoca, in Olanda e Gran Bretagna queste chitarre arrivavano e c’era già un mercato collezionistico, anche se negli Stati Uniti la cosa era partita molto prima, esistevano infatti già dei cataloghi, tant’è che quando sono stato a Nashville la prima volta (nel 1988) sono tornato giù con una valanga di libri e di cataloghi. In Italia, invece, le Fender del periodo d’oro non erano ancora così apprezzate, salvo che da pochi artisti che ne avevano capito le qualità, come Bruno Battisti D’Amario, chitarrista di riferimento per Ennio Morricone, che aveva preso una Stratocaster del ‘60/’61. Normalmente i musicisti, dalle balere ai palchi rock, usavano le chitarre “nuove”, o al massimo sceglievano quelle costruite tra il 1965 e il 1967, che suonavano benissimo, erano più facili da reperire e avevano “la piastra con quattro viti”, a differenza di quelle successive, degli anni ’70, già “famigerate” per le loro piastre a tre viti, e che già allora mostravano tutto il “gap” con le loro sorelle più anziane.

Vintage Visions from the World - Paolo Lippi e la Stratocaster Sunburst del 1955 #09759 [IT-EN]

D: Quale è stata la tua “prima impressione”, quando finalmente fu tra le tue mani?
R: Il primo impatto con questa chitarra, tra l’altro con delle corde .013 “da tetano” e regolata in maniera approssimativa, è stato fortissimo, sin dalla prima pennata. Mi sono detto: “Io questa chitarra non me la merito!”. Ecco, questo è stato il mio primo pensiero, nel senso che questa chitarra produce un range dinamico spaventoso (lo ripete tre volte, n.d.r.). Era la mia seconda Strat vintage, la prima era una Fiesta Red del 1963 trovata casualmente in un negozio di Treviso un paio di anni prima, ma i due strumenti non erano neanche lontani parenti.

D: Che cosa ti ha colpito in particolare, tanto da farla diventare la tua “Number One” per oltre 30 anni di concerti?
R: Ne ho amato la dinamica, la suonabilità e soprattutto la tavolozza di colori, non solo ampia, ma direi “universale”. Uno strumento musicale è un attrezzo da lavoro, un utensile che diventa perfetto quando risponde a qualsiasi sfumatura, inclinazione, desiderio che tu, il musicista, hai in testa, e in questa chitarra ho trovato tutto questo. Ma attenzione, guai a fare cose improprie con una chitarra del genere, perché ti castiga. Le chitarre “magiche” non sono facili da suonare. Per esempio, se tu fai troppi passaggi tra pedali, amplificatore, microfono, effetti post, riamplificazione e infine diffusione nel mega impianto da 50.000 watt, perdi le caratteristiche del “suo” suono. A quel punto, meglio usare una chitarra moderna. Ma se la colleghi direttamente a un DeLuxe Reverb, lo microfoni con uno Shure SM57 e da lì vai nel mixer (in studio o live), allora ottieni tutto un mondo di suoni con un minimo rumore di fondo, e puoi suonare da Castellina Pasi all’Heavy Metal.

D: Il “viaggio” tuo e della chitarra: raccontaci alcuni dei luoghi che avete visitato insieme.
R: Tutti i pub, locali e venue dagli anni ‘80 in poi: in Italia dal Big Mama di Roma al Rolling Stone di Milano, insomma tutto il circuito italiano. Io poi ho avuto la fortuna (e il coraggio) di mettermi in discussione anche in USA, perché lì la musica è un “vero” lavoro, mentre qua in Italia c’è sempre stato l’annoso problema che vivere di musica è difficile (ora soprattutto), che la vita da musicista è spesso affrontata a un livello semiprofessionale, e anche a livello sociale quello di musicista non è sempre considerato un vero mestiere.

Negli USA la situazione è sempre stata diversa, sia per la diffusione generalizzata della cultura musicale, sia per i criteri di lavoro. Sin dagli anni ’80, a Nashville c’erano trenta radio tematiche, dedicate ai diversi generi musicali. Nel sistema dell’istruzione, al pomeriggio gli alunni cantavano nei cori o suonavano nella banda della scuola. Inoltre, quando ti metti in gioco come artista, nelle città “musicali” come Nashville TN o Austin TX, entri in contatto con musicisti bravissimi estremamente umili dai quali impari ogni momento. Per lavorare non devi essere un drago o un fenomeno, devi fare quattro robe bene, in funzione dello spettacolo. Poi, naturalmente, ci sono anche i fenomeni!

La mia Strat del 1955 (all’occasione affiancata da un’altra, blonde, del 1956 e da un “muletto”) ha girato insieme a me per tutti gli Stati Uniti in lungo e in largo, grazie anche alla partecipazione, come band di supporto a una tournee di Peter Frampton, ma anche per girare il circuito dei locali con delle piccole band.

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D: Qualche aneddoto sulla vita on the road?
R: Primi anni ’90, ero partito da solo in automobile da San Diego, dove risiedevo, per andare a suonare vicino a Las Vegas con una band locale. Lì le regole stradali possono cambiare da uno Stato all’altro. Per esempio, in California se a un incrocio devi svoltare a destra e la strada è libera, per sveltire la circolazione devi passare anche se il semaforo è rosso. Ma nel Nevada no, e io non lo sapevo. Arrivo a un incrocio sgombro, giro a destra col rosso e mi ferma un’auto della polizia. Si avvicina un agente, mi punta in faccia un fucile a pompa, chiede i documenti e mi arresta! Totale, ho passato la notte in cella, in attesa che le Autorità italiane confermassero i miei documenti, giocando a carte col poliziotto che mi aveva arrestato (la mia chitarra, ahimé, era rimasta nell’auto). Il giorno dopo, pagata la multa, mi rilasciano. Nel giro di una settimana ho ricevuto il rimborso del cachet della serata che avevo perso e una lettera di scuse!

D: Gli incontri. Raccontaci di qualche musicista, per te degno di nota, che è rimasto colpito quanto te dallo strumento.
R: L’hanno suonata e apprezzata alcuni dei maggiori bluesmen italiani: gli eccezionali veneti Tolo Marton (al quale l’ho prestata per una settimana appena comprata) e Stefano Zabeo, al quale poi ho venduto un’altra Stratocaster vintage. Lui le conosceva, soprattutto quelle degli anni ‘60, perché aveva suonato nelle balere con Patty Pravo in quell’epoca, prima di entrare nel giro di Renzo Arbore e della RAI, con la Blues Society di Guido Toffoletti.

Ricordo poi di averla prestata proprio a Stefano per una after hours jam, in Italia, insieme a James Cotton, grande armonicista (e bevitore), apparso anche nel film “The Blues Brothers”. Al termine della serata Stefano si disse estasiato dal modo in cui la chitarra si adattò perfettamente al contesto, permettendogli di immergersi nella musica come se lo strumento fosse diventato, a tutti gli effetti, parte di essa.

A un ricevimento tenuto da un discografico sul lago di Como, al quale ero stato invitato perché ero noto come juke box vivente (ride, n.d.r.), un certo Ron Wood mi ha offerto la sua chitarra Signature (un orribile strumento giallo fluo) per la mia. Al mio cortese rifiuto, mi ha proposto di firmarla, in modo che avrei potuto rivenderla come la chitarra di un Rolling Stone, ma ho tenuto duro.

In un’altra occasione, da un liutaio a Bologna ho incontrato Pino Daniele: grande bluesman e persona squisita. Mentre aspettavamo che il tecnico finisse l’appuntamento precedente, lui ha visto il fodero, mi ha chiesto che cosa fosse e ha voluto provarla; si era innamorato di questa chitarra, l’aveva capita subito.

Un altro bell’episodio riguarda Eric Clapton. Era in Italia nei ’90 per un concerto a Bologna, o per un Pavarotti and Friends, non ricordo, e ci siamo incontrati in uno Studio vicino a Bologna. Io avevo con me la Stratocaster del ’55. Per il rispetto che è necessario nei confronti dei mostri sacri e dei nostri idoli, non l’ho avvicinato, ma lui ha notato la chitarra. Fra l’altro, l’avevo incrociato e conosciuto nei primi ‘80, quando avevo montato palchi, durante le vacanze scolastiche, nel suo tour in Italia. Comunque, lui la prova e si diverte, ma mi prende cordialmente in giro dicendo che i tasti sono troppo alti, lui preferisce quelli sottili e bassi tipici degli anni ’50.

Nel 2008/2009, quando Joe Bonamassa fece una data a Roncade, aprii con la mia band il concerto, e Joe mi fece chiedere dal suo manager se potesse provare in camerino la 1955, perché era interessato ad acquistarla. Seppur lusingato dall’interesse, ricordo che gli feci dire che poteva provarla senza problemi per il soundcheck, e così fu, e anche Joe rimase stregato dallo strumento.

Forse il ricordo al quale sono più legato è però avvenuto negli Stati Uniti, quando un giorno mi trovai nell'atrio di un cadente mini studio di registrazione a ore sito al "music row" di Nashville (che veniva per lo più adibito a sala prove per i gruppi e la cui moquette probabilmente non era stata mai né sostituita né lavata da quando Buddy Holly and his Crickets vi fecero passaggio) quando uno dei musicisti con cui collaboravo e stava lì con me a fumare incrocia e abbraccia un suo amico fraterno nonché "compagno di merende" che subito mi presenta e si rivela essere Bob Mayo, lo storico musicista della Peter Frampton band.
In men che non si dica ci ritroviamo tutti assieme a bordo di un pick up con il fodero della mia Strat che rimbalzava sul pianale tra un Fender Rhodes e almeno 10 casse di Miller in direzione BBQ party e jam serale alla mansion di Peter Frampton fuori città...
La mansion si rivelò ben presto essere un vero e proprio "ranch" enorme e l'ospitalità fu squisita nonostante fossimo degli sconosciuti intrusi dell'ultima ora. A un certo punto però il padrone di casa notò il case della Strat e si precipitò incuriosito come un qualsiasi appassionato e volle metterci su le mani! La collega a un vecchio Princeton a lato di un sofà tipicamente in stile "patchwork country" e non è ancora seduto che attacca con l'intro di "Lines on my face" tale e quale alla versione di Frampton comes alive e, come tocca, con un gesto, lo switch passando al pickup al manico ecco che si collega a "Baby I love your way" con un passaggio armonico diabolico che ancor oggi me lo fa riconoscere come uno dei musicisti più straordinari e dotati al mondo. Apprezzò moltissimo la Stratocaster almeno quanto io potei apprezzare la sua Gibson Dove e la sua magica Epiphone con cui registrò appunto "Baby I love your way". Il party continuò sino al mattino...

Tante storie, tanti ricordi, e la mia Stratocaster 1955 sunburst, piena di cicatrici, con gran parte della vernice portata via dall’uso, continua a suonare e ispirare con la sua magia.

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[EN] Vintage Visions from the world - Paolo Lippi and the 1955 Sunburst Stratocaster serial 09759

We’ve met Paolo Lippi, a professional guitarist from Treviso, Italy, born in 1965. He played for almost forty years on stages and in recording studios across Europe and USA, where he lived and worked for a long time, based in San Diego, CA.

His “Number One” guitar is, since 1989, the sunburst 1955 Stratocaster that you see in the pics, which proudly displays all the signs of the work, sweat and blues-rock, having been played for so many years.

Question: Please, tell us how you discovered this guitar and how the search for such an instrument took place in Italy at the time.

Answer: The very first time I saw it was during a pleasure trip to Paris in 1988. This beautiful Stratocaster was displayed, resting in its case, in a small shop near Pigalle. It was well played already by then, as it typically happens with magical instruments. 
It’s been love at first sight, imagine that these guitars were not so easily seen, especially in Europe. I asked to the reluctant shopkeeper to try it and, after the (impressive) visual impact, the sound also struck me. Sadly, there was no way to start a negotiation, it was absolutely not for sale.


When I came back to Italy, after almost a year I learned from a friend that a 1954 and a 1955 Strat arrived to a collector/seller from Lavagna, Alberto Guizzetti. At the time the channels/contacts for vintage instruments were absolutely informal; in Italy there was hearsay between musicians, perhaps a couple of dealers, a few sales advertisements (in black and white!) for used stuff in the last pages of newspapers and the very first “dedicated” articles in Guitar Club magazine. I called this collector and we agreed to meet in Milan, at the SIM in September 1989. 
Needless to say that, the second I saw the guitar, I immediately recognized it! It  was the very same guitar I had seen in Paris; but this time it was indeed for sale, so we found an agreement and finally, she was mine! 
I then learned that it had been photographed in the famous book “The Fender Stratocaster”, by André Duchoissoir, to which she perhaps belonged. It seems that she had been brought to Lavagna by a Belgian guy who was buying and selling guitars throughout Europe.

At the time, these instruments used to arrive in Holland and Great Britain and even if there was already a collector's market, in the United States it started much earlier, to the extent that catalogs for “vintage guitars” already existed, so much so that when I went to Nashville for the first time (in 1988) I came back to Italy with quite a lot of catalog books.    
In Italy, however, the Fenders of the golden era were not yet really appreciated, except by a few artists who had understood their qualities, such as Bruno Battisti D'Amario, chosen  guitarist for Ennio Morricone, who had acquired a 1960/’61 Strat. Normally musicians, from dance hall to rock venues, used "new" guitars, or, in some case, they would choose those built between 1965 and 1967, because they were quite easily attainable, played good and had the “four bolts plate”, unlike the later ones from the 70s, with three screws.

Q: What was your “first impression” when it was finally in your hands?
A: The first impact with this guitar, (equipped with rotten 0.13 strings and VERY roughly adjusted), was very strong, right from the first strum. I said to myself: “I don’t deserve this guitar!”. Well, this was my first thought, meaning that this guitar produces a frightening dynamic range (he repeats it three times, ed.). It was my second vintage Strat, the first was a 1963 Fiesta Red found by chance in a shop in Treviso a couple of years earlier, but the two instruments were totally different sounding.

Q: What was so peculiar in this Instrument, to become your "Number One" for over 30 years of gigs?
A: I loved the dynamics, the playability, and above all the tonal “color palette”, which, to me, was really universal. A musical instrument is a work tool that become “perfect” when it responds to any nuance, inclination, desire that you, the musician, have in your head, and in this guitar, I found all of this.
But be careful, beware of doing improper things with a guitar like this, because she punishes you. “Magical” guitars are not easy to play. For example, if you insert too many stages (pedals, amplifier, microphone, post effects, reamplification) between the guitar and the PA System – maybe a 50,000-watt mega system, you lose the characteristics of "The" sound. At that point, you’d better off playing a modern guitar. But if you connect her directly to a DeLuxe Reverb, mic it with a Shure SM57 and then go into the mixer (in the studio or live), then you get a whole world of sounds with minimal background noise, and you can play from Castellina Pasi (an old folk dance Italian popular band) all the way to Heavy Metal.


Q: Your “journey” with the guitar: tell us about some of the places you visited together.
A: All the pubs, clubs and venues from the 80s onwards: in Italy from the Big Mama in Rome to the Rolling Stone in Milan, in short the whole Italian circuit. I then had the fortune (and courage) to challenge myself in the USA too, because music is a “real” job there, while here in Italy there has always been the age-old problem that making a living off music is difficult (especially now), life as a musician is often approached on a semi-professional level, and even on a social level, being a musician is not always considered a real profession.

In the USA the situation has always been different, both due to the generalized diffusion of musical culture and the working criteria. Since the 1980s, there were thirty thematic radio stations in Nashville, dedicated to different musical genres. In the education system, pupils sang in choirs or played in the school band in the afternoons. Furthermore, when you put yourself out there as an artist, in “musical” cities like Nashville or Austin TX, you get in touch with very good and extremely humble musicians from whom you learn every moment. In order to work, you don't have to be a monster or a phenomenon, you have to do a few things well and play for the show. On top of this, of course, there are also the phenomena!

My Strat (occasionally accompanied by another blonde, 1956 Strat and a spare guitar) toured with me all over the United States, when I had the opportunity to be Peter Frampton’s opening act for a short tour, but also around the club circuit with small bands.

Q: Any anecdotes about life on the road?
A: In the early ’90s, I drove from San Diego, where I lived, to go play near Las Vegas with a local band. In the US, the road rules can change from one State to another. For example, in California if you have to turn right at an intersection and the road is clear, to speed up traffic you must go through even if the traffic light is red. But not in Nevada, and I didn't know. I arrived at a clear crossroad, turned right at a red light, and a police car stopped me. An officer approaches, points a shotgun in my face, asks for documents and arrests me! Eventually I spent the night in a cell, waiting for the Italian authorities to confirm my documents, and playing cards with the policeman who had arrested me (my guitar, alas, was in the car trunk). The next day, after paying the fine, they released me. Within a week I received a refund of the fee for the gig that I had lost and a letter of apology!

Q: The meetings. Tell us about some musicians, noteworthy for you, who were as impressed as you by the instrument.
A: Some of the greatest Italian bluesmen have played and appreciated it: the exceptional Tolo Marton (to whom I lent it for a week as soon as I bought it) and Stefano Zabeo, to whom I then sold another vintage Stratocaster. He knew well this kind of guitars, especially those from the ‘60s, because he had played in dance halls with Patty Pravo in that era, before joining Renzo Arbore and RAI (Italian public TV), .

I then remember loaning it to Stefano for an afterhours jam in Italy, together with James Cotton, a great blues harmonica player (and drinker), who also appeared in the film "The Blues Brothers". Stefano said he was literally stunned to realize how the instrument perfectly suited the situation, allowing him to focus on the interplay with the other musicians and becoming “all in one” with the music. 

At a reception held by a record company on Lake Como, to which I had been invited because I was known as a living juke box (laughs, ed.), a certain Ron Wood offered me his Signature guitar (a horrible fluorescent yellow instrument) as a trade in with my guitar. When I politely refused, he offered to sign it so I could resell it like a Rolling Stone's guitar, but I held out.

On another occasion, I met Pino Daniele at a luthier’s in Bologna: he was indeed a great bluesman and an exquisite person. While we were waiting for the technician to finish the previous appointment, he saw the guitar case, asked me what it was and wanted to try it; he fell in love with this guitar, understanding her immediately.

Another good memory concerns Eric Clapton. He was in Italy in the ’90s for a concert in Bologna, or for a Pavarotti and Friends, I can’t remember, and we met in a studio near Bologna. I had the '55 Strat with me. Out of respect for sacred monsters and our idols, I didn't approach him, but he noticed the guitar. Among other things, I had met him in the early ’80s, while I was working setting up stages during summer school holidays, during his tour in Italy. Anyway, he tried her and enjoyed it, but he cordially teased me by saying that the frets were too high, as he prefers the thin and low ones typical of the ’50s Fender. 

In 2008/2009, when Joe Bonamassa did a gig in Roncade, I opened the show with my band, and Joe asked me from his manager if he could try on the 1955 in the dressing room, because he was interested in buying it. Although flattered by the interest, I remember that I made him say that he could try it without problems for the soundcheck, and so it was, and Joe was also bewitched by the instrument.

Perhaps the memory to which I am most attached, however, took place in the United States, when one day I found myself in the lobby of a crumbling mini recording studio by the hour located on the "music row" in Nashville (which was mostly used as a rehearsal room for the bands and whose carpet had probably never been replaced or washed since Buddy Holly and his Crickets passed through). I was smoking a cigarette with one of the musicians I was working with at the time, while he met and hugged a fraternal friend of his - as well as a "snack companion" - who immediately introduced me and turned out to be Bob Mayo, the historic musician of the Peter Frampton band.
In no time at all we find ourselves all together on board a pickup with the case of my poor guitar bouncing on the floor between a Fender Rhodes and at least 10 cases of Miller on our way to BBQ party and evening jam at Peter Frampton's mansion  outside the city... 

The mansion soon turned out to be a real huge "ranch" and the hospitality was exquisite despite the fact that we were some strangers at the last minute. At a certain point, however, the owner of the house, Peter Frampton himself, noticed the case of the strat and rushed curiously like any enthusiast and wanted to get his hands on it! He connects it to an old Princeton on the side of a sofa in the typical "patchwork country" style and, not even yet seated that started playing the intro of Lines on my face as heard in the version of Frampton comes alive and, as he touches, with a gesture, the switch passing to the neck pu he merges the song into baby I love your way with a diabolical harmonic passage that still makes me recognize him as one of the most extraordinary and gifted musicians in the world. He appreciated the Strat very much, at least as much as I could appreciate his Gibson Dove and his magical Epiphone with which he recorded Baby I love your way. The party continued until morning...

So many stories, so many memories, and my 1955 sunburst Stratocaster, full of scars, with much of the paint worn away from use, continues to play and inspire with her magic.
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