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Quei legni non respiravano poi granché
di [user #3] - pubblicato il

Sui custom color di Fender in particolare e sulle vernici delle chitarre in generale s'è detto di tutto e di più. In Rete si trovano non poche informazioni contrastanti, ovviamente alcune sono esatte, altre sono panzane. Basandomi sulla mia esperienza, sui ricordi di quanto mi aveva raccontato Freddie Tavares, sulle conversazioni con Roberto Pistolesi e su infinite letture sulla carta e in Rete ho provato a tirare le somme per tentare di dare un profilo definitivo alla faccenda.

Le prime lap steel e perfino gli amplificatori K&F dell'immediato dopoguerra erano smaltati con la stessa vernice a base di piombo che si usava per gli elettrodomestici, grigiastra e grinzosa, l'unico colore facilmente reperibile all'epoca (era stato usato anche per le navi da guerra!). 

La prima variazione fu contestuale ai primi esperimenti con legni diversi dal pino (ricordo che i prototipi della chitarra che sarebbe diventata la Broadcaster e qualche Esquire di primissima produzione erano in pino), acquistando le vernici alla nitrocellulosa usate per i mobili (da qui il blonde, molto in voga negli anni '50, ma anche il sunburst e il nero). 

I "custom color" furono introdotti nel 1955 usando vernici acriliche della DuPont messe a punto in quegli anni per essere applicate a materiali diversi dal metallo (e qui sfatiamo una leggenda, Leo non utilizzò vernici automobilistiche, anche se alcuni colori ovviamente coincidevano). 

Quei legni non respiravano poi granché

I Duco Colors, così si chiamavano le nuove vernici, non avrebbero però potuto aderire al legno trattato con il turapori utilizzato fino ad allora, un composto alla nitro addizionato con lo stearato di zinco (detto "sapone" dagli addetti ai lavori) per renderlo più facilmente carteggiabile.

Quei legni non respiravano poi granché

Fu quindi deciso di passare a un turapori diverso, un prodotto di Sherwin Williams chiamato Homoclad, a base d'olio, molto penetrante, compatto e protettivo. Veniva applicato per immersione e l'uso venne esteso a tutta la produzione. L'Homoclad venne utilizzato fino al 1962.

Nel 1962 Leo decise di sperimentare fondi di nuovo tipo, che consentissero maggiori economie di scala e un sostanziale taglio nei tempi di verniciatura e asciugatura. La scelta cadde su una vernice poliestere, catalitica bicomponente, chiamata Fullerplast (niente a che fare con Fullerton, la Betlemme della chitarra elettrica, ma col nome del produttore, Fuller O'Brien unito a "plast"). Erano sufficienti due spruzzate di Fullerplast e 24 ore di tempo per poter applicare il colore finale.

Nel 1965, più o meno contestualmente al passaggio di proprietà, ci fu una variazione alla formula del trasparente applicato sopra il colore, forse per rendere la vernice più elastica e ridurre i problemi di crepe che si erano manifestati in alcune condizioni climatiche estreme. Questo fatto comportò però una maggior propensione all'ingiallimento del trasparente, dando origine a una variazione del colore nel tempo, originando gli azzurri scuri che virano al verde e quelli chiari al grigio nelle custom color dell'epoca. La nuova formula era anche più soggetta all'usura. Il primo segnale della svolta CBS, che in meno di un decennio avrebbe totalmente distrutto la credibilità degli strumenti-gioiello di Leo.

Poi, a fine 1967, il nuovo management CBS cominciò a sperimentare l'uso di vernici al poliestere anche per il colore e il trasparente. Non senza qualche problema, per esempio quello delle decal che non ne volevano sapere di interagire con le nuove vernici, costringendo a usare ancora la nitro sulle palette (i due materiali invecchiano in modo diverso, fatto che rende molto frequente vedere palette dell'epoca più ingiallite del manico).

L'uso delle vernici al poliestere passò all'inizio abbastanza inosservato, anche perché la "plasticosità", successivamente associata all'uso di questi materiali, in realtà non fu tangibile che da metà anni '70, quando gli spessori aumentarono considerevolmente, sia per ridurre i tempi di lucidatura, sia per coprire meglio la qualità in costante discesa dei legni usati.

Quei legni non respiravano poi granché

Col senno di poi fa sorridere l'idea che fin dai primi anni 70 - cioè dall'inizio della "vintagemania" - e per decenni noi appassionati di Fender pre-CBS abbiamo affermato la superiorità delle "chitarre verniciate alla nitro", quelle che "respirano", "vivono", "vibrano", "stagionano" e via favoleggiando, grazie alla loro "vernice naturale". In realtà dal 1962 il corpo di tutte le Fender (tra cui l'ultima produzione delle ricercatissime "slab board") è incapsulato in un guscio impermeabile, dove l'unica, minuscola possibilità che il legno ha di respirare è attraverso i fori delle viti. Insomma, le ricercatissime prime palettone a quattro viti preferite da Jimi, le Telecaster Thinline di Bob Seeger e Tito Larriva, il Jazz Bass di Jaco Pastorius, Number One di Stevie Ray Nostro Che Sta Nei Cieli, le Telecaster con cui Michael Bloomfield e Jimmy Page tradirono la 'Burst, la Strat rossa con cui Knopfler registrò Sultans Of Swing, la Tele candy red del sommo Muddy, eccetera eccetera eccetera, tutte queste chitarre entrate nella leggenda (e infinite altre non famose, ma altrettanto importanti per chi ha il privilegio di custodirle, per esempio due tra le mie migliori chitarre, una Stratocaster bianca e una Telecaster fiesta red, entrambe del 1964), condividono lo stesso scafandro di plastica, una scatola del tempo che incapsula il legno e lo trasforma in una mummia.

Eppure, credo che siamo tutti d'accordo, suonano comunque "da paura". Stai a vedere, certe volte, il potere del nostro immaginario supera qualunque confine...  

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