The Beach Boys live a Milano
<p>Sabato 8 novembre 2003 per la prima e forse ultima volta in Italia hanno suonato i Beach Boys : noi c'eravamo. Notte fredda e piovosa a Milano, di quelle che ci vuole entusiasmo e determinazione per prendere l'auto e guidare nella pioggia; il Filaforum è mezzo vuoto, il palco enorme è messo al centro del palazzetto con delle quinte nere sullo sfondo che chiudono due quinti del locale; il pubblico che si ritrova a fissare le tavole da surf e le palme di plastica un po' kitsch è composto da quarantenni e cinquantenni con mogli al seguito, 2000 persone che hanno pagato la bellezza di di 28 o 43 o 53 euro per ascoltare i 2 leggendari sopravvissuti e la loro band. </p>
Brian Wilson, "la mente" ovvero l'autore di quasi tutti i loro brani più belli, è in giro a far concerti da solo ormai da diversi anni croonereggiando a più non posso; gli altri due fratelli Wilson non sono più tra noi, e allora non ci rimangono che B.Johnstone e Mike Love. E' quindi con quel misto di timore e speranza che ci prende ogni volta che ascoltiamo dei miti del rock (aborriamo la parola "dinosauri") che prendiamo posto pensando che i Beach Boys (cacchio,i Beach Boys!) sono l'unico dei grandi gruppi che non abbiamo ancora sentito dal vivo. Negli anni '70, sfidando il gelo del mar di Cornovaglia (a Newquay), ci siamo lanciati con una tavola da surf sulle onde giganti in una rara giornata di sole: non c'entra molto con questa recensione ma è uno dei ricordi più belli che ci vengono in mente in questo grigio "sabato da leoni." La band sudcaliforniana ha indubbiamente cambiato per alcuni aspetti il corso della musica pop (in particolare per il singolo "Good Vibrations" e per l'album "Pet Sounds" - si veda la nostra recensione di "The Beach Boys Greatest Hits"), ma oggi se ne ricordano davvero in pochi. Alle 21.30 uno speaker annuncia "la band degli Stati Uniti d'America : i Beach Boys!" e 8 musicisti arrivano sul palco. Oltre a Johnstone e a Mike Love (invecchiatissimo) in camicie hawaiane e cappellino, 2 chitarristi (un attempato inglese e un giovanissimo americano:ottimi), 2 tastieristi, 1 bassista e 1 batterista. Mike Love ha ancora la sua gradevolissima voce WASP (in un brano impercettibilmente calante) pulita e very american, Johnstone se la cava ancora egregiamente (e ogni tanto suonicchia una terza tastiera); tutti cantano e ricreano con successo quello che è il trademark della band: le prodigiose armonie vocali. I Beach Boys 2003 puntano più alla cura del sound che all'impatto dello stesso; i suoni sono morbidi e curati, i soli brevi e misurati, i volumi non alti. E' subito festa con Mike Love (impegnatissimo a "battere il cinque" con gli spettatori assiepati sotto il palco - lo ha fatto praticamente per tutta la durata del concerto) che snocciola un hit dopo l'altro.
Con la sola eccezione di "I can hear music" vengono suonati al completo (ne abbiamo contati 35!), e fra i più riusciti "Surfin'U.S.A., "Wouldn't it be nice", "Sloop John B.", "California girls", "Little Deuce Coupe", "Fun Fun Fun", "Dance,dance,dance", "When I grow up (to be a man)", "I get around", "Surfin'Safari","Be true to your school", e le dolcissime "Surfer girl" e "Don't worry baby". A Johnstone l'ingrato compito di sostituire Carl Wilson (il falsetto migliore della storia del pop) in quel capolavoro assoluto che è "God only knows": buono, ma non è la stessa cosa. Si alternano poi al canto solista anche gli altri musicisti e il pubblico balla sulle note di una simpatica versione di "California dreamin'" (dei Mamas and Papas) , e di "Why do fools fall in love" (originariamente di Frankie Lymon & the Teenagers ma incisa dai Beach Boys come B-side di "Fun fun fun"). Dopo una energica "Rock'n'roll music" c'é anche il tempo per una gag sui Beatles e per una dichiarazione di Mike Love:" Abbiamo iniziato nel 1961. E' bello essere qui in Italia per la prima volta, ma visto che è passato tanto tempo, è bello essere...ovunque!" Il concerto si chiude con "Good Vibrations" e, accolta da un boato, "Barbara Ann" : il pubblico canta insieme ai Beach Boys e a turno tre ragazze e un ragazzo salgono sul palco per ballare. Dopo la gioiosa e tropicale "Kokomo" il bis finale è, a sorpresa, la celeberrima "Summertime blues" di cochriana memoria.
Un'ora e mezza di puro divertimento con dei vecchietti ai quali va riconosciuta la classe e la dignità con cui hanno affrontato l'ennesimo tour della loro quarantennale carriera. In segno di rispetto a quanto hanno fatto per la musica, un rispetto che da noi è rarissimo, ci inchiniamo alla loro grandezza.
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