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Whitesnake - Good to Be Bad
di [user #11075] - pubblicato il

Un saluto a tutti gli amici accordiani. Il disco che sto per recensire rappresenta l’ultima fatica in studio dei Whitesnake, a 10 anni di distanza dal loro ultimo lavoro in studio Restless Heart ed a 30 anni di distanza dal loro esordio. Ovviamente dei Whitesnake originali resta solo il frontman David Coverdale: è risaputo che Whitesnake è un marchio di cui il buon Dave di volta in volta si serve assemblando nuove band per suonare il repertorio del Serpente Bianco. Nonostante questi cambiamenti però, quando ci si appresta ad ascoltare un disco dei Whitesnake sappiamo tutti cosa ci aspetta: hard rock con influenze blues e ballate, schitarrate da ascoltare ad alto volume e ritornelli orecchiabili.

Cambiano gli interpreti, ma la formula rimane costante; in questo caso la band è composta da:

  • Doug Aldrich e Reb Beach alle chitarre;
  • Uriah Duffy al basso;
  • Timothy Drury alla tastiera;
  • Chris Frazier al basso.

La line-up è stata già rodata da un lungo tour mondiale durante il quale sono stati registrati un doppio cd e un dvd. Andiamo a vedere come se la cavano in studio.
Il disco comprende 11 tracce, 3 delle quali sono le ballate bilanciate da 8 “rockers”. Chi ha ascoltato i Whitesnake e ne conosce la discografia noterà facilmente che la voce di David Coverdale si muove su registri più bassi che in passato, sin dalla prima traccia Best Years. Questo non può stupire considerata l’età del cantante ma allo stesso tempo la sua performance rimane efficace e credibile senza che il prodotto ne risenta. Anzi, forse le linee vocali più basse si sposano meglio con le ritmiche più pesanti e cadenzate, come anche in Can You Hear the Wind Blow.

Non che il nostro tenga troppo a riposo le corde vocal: vi accorgerete andando avanti tra le tracce di come sembri anzi ringiovanito, forse dal suonare con gente più giovane. Naturalmente non mancano brani dal ritmo più frenetico, come l’eccellente title-track Good to Be Bad, dotata di un accattivante riff portante e probabilmente uno dei migliori pezzi dell’intero album; o l’ancora più veloce Got What You Need, ancora più trascinante nell’andamento ritmico: sarà difficile ascoltandola restare attaccati alla sedia. Il lavoro dei 2 chitarristi lungo tutta la durata del disco è davvero ottimo; in fase solista ovviamente, ma soprattutto per quanto riguarda le parti ritmiche e di accompagnamento. Dall’inizio alla fine sarete pressoché travolti da un muro di distorsione, suoni tondi e grossi (per rendere l’idea diciamo Gibson) ma soprattutto riff da leccarsi i baffi.

Non che Chris Frazier faccia mai mancare il suo costante e valido apporto: la sua performance alterna momenti di solidità a momenti più trascinanti. Il songwriting si mantiene sempre su ottimi livelli seppure i testi non siano certo vari (praticamente si parla solo di amore e donne, da questo punto di vista Coverdale può risultare noiosetto…). Non può non farsi sentire l’influenza dei Led Zeppelin, anche nella loro veste acustica: ‘Til the End of Time, il brano conclusivo, si apre evocando atmosfere western per poi spingersi verso binari che ricordano da vicino le parti di chitarra di Jimmy Page nelle sue sperimentazioni acustiche.

Altra ballata acustica, sebbene di tutt’altro gusto è Summer Rain. Vi segnalo il singolo Lay Down Your Love, con cori stile southern rock che aprono la strada all’ennesimo ottimo riff della coppia Aldrich-Beach e anche a una valanga di soli. Rimane uno degli episodi meglio riusciti dell’album.

Vorrei far notare che seppur restando confinati nel rock, in questo disco i Whitesnake spaziano, mostrando varie influenze provenienti da diversi ambiti della musica americana: il blues ovviamente è come un sottofondo (a volte anche di più) sempre presente ma abbiamo anche ritornelli che strizzano l’occhio al pop, ballate sia più classiche (All I Want All I Need) che più insolite, echi southern (Lay Down Your Love) o western (‘Til the End of Time); mi permetto di dire anche che Call on Me mi ha ricordato persino qualche ritornello dei Bon Jovi, quindi un rock più bianco e differente dalle tipiche influenze zeppeliniane. Personalmente ho apprezzato parecchio questo eclettismo. Complessivamente la band suona piuttosto ispirata, le canzoni sono sempre molto orecchiabili e gradevoli come da tradizione Whitesnake, che ricordiamo sono stati una macchina da hit-parade negli anni d’oro. D'altronde considerata la caratura dei musicisti è scontato che sul livello esecutivo ci sia ben poco da ridire, per cui quello che fa la differenza sono le canzoni e qui le canzoni ci sono eccome.

In conclusione un disco che non è certo un classico ma che soddisferà gli amanti dei Whitesnake e dell’hard-rock. Non ho un catalogo tra le mani ma penso di poter dire tranquillamente che Good to Be Bad è uno dei migliori dischi rock usciti nel 2008. Con una buona pubblicità potrebbero persino conquistare dei nuovi fan con questo capitolo della loro discografia. Se amate il genere buttateci un orecchio, ne vale sicuramente la pena.

album whitesnake
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