Il mio George
<p>Le commemorazioni sono una cosa personale, privata, come la morte. Eppure, se la guardi da lontano, senza coinvolgimenti, la morte è impersonale, asettica, come saggiamente dice Totò "...è una livella..." che mette sullo stesso piano "... re, galantuomini..." e povera gente; è di tutti, e non è di nessuno.</p>L'amicizia, invece, richiede personalizzazione, conoscenza, empatia, condivisione. Almeno quella vera, non la puoi guardare da lontano. Però è possibile sentirsi amici anche di una persona che non si è mai incontrata, di qualcuno con il quale non si è mai scambiata una parola. Si può addirittura credere di conoscerla bene, questa persona, soprattutto se è famosa, un artista. In questo senso, James Taylor dice bene che "... fortune and fame are such a curious game, perfect strangers can call you by name..."

Come tante altre persone di questo pianeta, mi sentivo amico di George Harrison, così come mi sentivo amico di John Lennon. Un amico ti fa dei regali, e loro, a me, dall'età dell'adolescenza, hanno regalato sensazioni infinite: personalizzazione, conoscenza, empatia, condivisione, chiavi di lettura sulla vita, e anche la capacità di riconoscere, apprezzare e tirare fuori i miei sentimenti. Riescono ancora a farlo oggi, mentre in questo momento ascolto "She's Leaving Home", oppure "Help!", "Drive My Car", "Day Tripper", "Do You Want To Know A Secret?", "Long, Long, Long", con quella chitarra acustica che frigge un po', facendo un rapido riff sui bassi... E poi il sitar di "Norwegian Wood", le atmosfere di "Within You, Without You", "Love You To" e "Blue Jay Way"...
Mi sembrano strane tutte quelle cose che in questi giorni vengono dette, pubblicamente, su George Harrison, una persona che non ho mai visto e mai vedrò, con la quale non ho mai parlato e mai parlerò, che ho solo ascoltato cantare su vinile o CD, del quale ho cercato di scoprire i trucchi da chitarrista, l'agilità delle dita e la versatilità del lato musicale del sua mente. Non è "il mio George" la persona sulla quale alcuni in questi giorni fanno dichiarazioni impersonali, quelle che la stampa ufficiale ha brama di ascoltare. Non credo che Paul, Ringo e Yoko abbiano detto quello che realmente era George per loro così, come da quell'8 dicembre di tanti anni fa, credo che nessuno di loro sia riuscito a dire veramente cos'era per loro John. Queste sono cose private, intime, impossibili da dirsi nella loro interezza, commemorative per l'anima, non per la stampa. A volte, il silenzio, dice molto di più. Ognuno di noi ha il suo George e il suo John.
E allora io mi fermerò qui. George non c'è più, e anche se non l'ho mai visto o non ci ho mai parlato, ne sento la mancanza, è come se mi avessero portato via un pezzo di vita.
Alle feste di classe, al mio liceo di tanti anni fa, mi chiedevano sempre di portare "i dischi dei Beatles". Ballando su "Something", molti di noi hanno scambiato i primi baci. E quell'assolo...
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