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Ci lascia Link Wray, padre del power chord
di [user #6868] - pubblicato il

bobchill scrive: Il 18 Novembre scorso a Copenhagen si sono svolte le esequie di Link Wray, uno dei chitarristi più influenti degli ultimi cinquant’anni. Con i suoi inconfondibili strumentali ha inventato il “power chord” esplorando da pioniere le potenzialità sonore di distorsione e fuzz.

Come da sue volontà la cerimonia si è svolta in grande riservatezza alla sola presenza di familiari e amici più intimi. Se n’è andato il 5 Novembre, all’età di 76 anni, nel modo in cui lui avrebbe voluto che succedesse, nella sua casa, accanto a sua moglie e suo figlio, per un improvviso ed inaspettato attacco cardiaco.

Aveva calcato i palcoscenici fino alla fine: da poco aveva terminato un tour di 40 date negli USA. Bob Dylan e Bruce Springsteen gli hanno reso omaggio aprendo i loro concerti con un suo brano. Frederick Lincoln Wray era nato il 2 Maggio del 1929 a Dunn, nel North Carolina da una famiglia composta per tre quarti da indiani Shawnee; già da bambino si appassiona alla chitarra frequentando un bluesman di colore. Da adolescente, nella metà degli anni ’50, forma un piccolo gruppo di musica country con suo fratello e suo cugino. Durante il servizio militare in Corea contrae la tubercolosi e subisce l’asportazione di un polmone; ciò lo spinge a dedicarsi alla chitarra tralasciando il canto. Nel 1958 è nuovamente in scena con la band Link Wray & the Raymen.

La leggenda vuole che durante un loro concerto in Virginia scoppino dei disordini; ciò fa scoccare a Link la scintilla per creare un innovativo brano strumentale che prenderà il nome di “Rumble” (rissa). “Rumble” salta rapidamente alle vette delle classifiche americane dell’epoca, vendendo oltre un milione e mezzo di copie nonostante l’ostracismo delle emittenti radio. “Rumble” è infatti con ogni probabilità l’unico strumentale della storia che sia stato censurato: il suo incedere cupo, violento e minaccioso ha un tale potere evocativo che suonava troppo rivoluzionario per l’America dei 50’s. Questo straordinario brano ha un suono così attuale da essere tornato alla ribalta in tempi recenti grazie a pellicole cinematografiche come Pulp Fiction e Indipendence Day che lo hanno utilizzato nella colonna sonora; è stato votato da un saggio edito dalla rivista Rolling Stone, “lo strumentale rock più bello di tutti i tempi”. Nasce un nuovo modo di intendere la chitarra elettrica che precorre con largo anticipo le tendenze musicali dei decenni a venire. Prima di Rumble le chitarre elettriche erano intese come un mezzo per produrre suoni puliti ed accordi jazz a livelli più alti di quanto non fosse possibile con le chitarre acustiche.

Wray rese manifeste le potenzialità reali della chitarra elettrica, creando un sound senza precedenti, fatto di robusti power chords, lunghi feedback e distorsione. Precursore fin’anche nell’abbigliamento con immancabile giubbotto di pelle nera, catenelle e occhiali scuri, Link fu il primo a sperimentare sonorità aggressive ricorrendo addirittura a perforare deliberatamente i coni dei suoi amplificatori per produrre un fuzztone sound ante litteram. Inconsapevolmente Wray stava costruendo le basi su cui sarebbero sorti generi come Surf e Rockabilly, ma anche Hard Rock, Punk e Garage. Il chitarrista degli Who Pete Townshend dichiarò sulle note di copertina di un album di Wray: “Link Wray è il re, se non fosse stato per lui e “Rumble” non avrei mai preso in mano una chitarra!”. Il successo ottenuto con il suo primo hit fu replicato l’anno seguente, nel 1959, con “Rawhide”, un altro strumentale. Wray aveva trovato una strada personale che perseguì con grande coerenza stilistica e onestà intellettuale, anche a costo di rimanere ai margini dello show business: numerosi furono i brani strumentali composti negli anni seguenti, destinati a divenire autentici classici: Run Chicken Run, Turnpike USA, Comanche e Batman Theme.

Molte sue composizioni contenevano sonorità così spinte e all’avanguardia da essere riscoperte e riproposte solo più di venti anni dopo dall’ondata garage-psychobilly degli anni 80, Cramps e Fuzztones in primis. Rudi Protrudi, leader dei Fuzztones, addirittura formerà nel 1988 “Link Protrudi and the Jaymen”, una sorta di “tribute band” ispirata all’opera del geniale chitarrista. Brani come “Big City After Dark” rivelavano poi le qualità di Link come grande interprete blues, Particolarmente intensi sono anche le sue interpretazioni di classici di Jimmy Reed come “Ain’t That Loving You Babe” e “Baby, what you want me to do”. Se gli anni ’60 vedono Link un po’ messo da parte dalle tendenze musicali del periodo, gli anni ’70 lo vedono tornare ad un rinnovato vigore interpretativo. Nel 1971 registra nel rudimentale studio della sua fattoria l’album che porta il suo nome, universalmente acclamato dalla critica. Dopo una manciata di dischi da solista, nel 1977 si unisce al giovane cantante rockabilly Robert Gordon, a cui va il merito di aver portato il rock’n’roll degli anni ’50 nella fervente scena “new wave” newyorkese dei 70’s. Insieme firmano il brano di successo “Red Hot”.

Robert Gordon trova in Link Wray, suo idolo di teenager, un fido compagno di viaggio con cui nel 1978 approda ad un tour europeo. Le apparizioni televisive a Musikladen e Rockpalast di questo periodo ci restituiscono la testimonianza di un Wray ancora una volta al top della forma: affilate rasoiate di chitarra (una vecchia Gibson SG) con uno stupendo suono dall’impronta molto personale, presenza scenica carismatica e ricca di magnetismo. Suona spesso rivolto di spalle al pubblico voltandosi quando parte con i suoi interventi solistici, sempre incisivi, lapidari e perforanti. Con lui c’è il bassista Jon Paris, suo intimo amico e musicista di indiscussa caratura, lo vedremo nella band di Johnny Winter negli anni ‘80. Link per la sua opera ha avuto dei lusinghieri riconoscimenti: nel 1985 fu invitato a prendere parte allo storico evento “Guitar Greats” organizzato da MTV, insieme ad altre leggende come David Gilmour, Steve Cropper e Brian Setzer. Nelle classifiche stilate dal Rolling Stone Magazine e dal Guitar World magazine figura tra i più grandi chitarristi di tutti i tempi. Purtroppo insieme a queste soddisfazioni ha avuto anche motivo di amarezza per essere stato defraudato dei diritti di autore del suo repertorio anni ’50, ma per questo Link non se la prendeva più di tanto, ben conscio del fatto che quei brani portano in modo inequivocabile il suo inconfondibile marchio di fabbrica.

Spesso rivolgendosi al suo pubblico diceva che mentre suonava la chitarra si sentiva vicino a Dio. Forse il paradiso è un posto troppo tranquillo, dove a un chitarrista irriverente come lui chiederebbero di abbassare il volume; o forse lui adesso sta proprio lì ed il suo fuzztone risuona fiero per la gioia del Signore. Bob Cillo

link wray
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