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Un curioso ritrovamento: parte seconda

Un curioso ritrovamento: parte seconda

La mattina dopo mi alzai tardi, non avevo dormito bene, il caffè della moka sembrava più forte del solito ma, non soddisfatto del primo, me ne preparai un altro. Ero solo in casa, avevo tutto il tempo del mondo per fare il lavoro, qualcosa mi diceva che erano anni che aspettavo questo momento (o che questo momento mi stava aspettando).

di mehari 02 GEN 62
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Riassemblare le varie parti mi richiese non più di un paio d'ore, prima di cordarla diedi un'occhiata alla parte elettronica. Tutto regolare, niente vezzi a parte un treble-bleed cap sul volume, filo con guaina in tessuto, saldature buone, pickup in alnico con bobine in fibra vulcanizzata. Un po' di spray per i contatti su pot e switch e rimontai il battipenna (schermato).

Non avevo sottomano una muta di corde nuova, perciò ne usai una vecchia che, da provetto risparmiatore, avevo tenuto da parte dopo un cambio corde, scalatura 009-042. Il manuale del perfetto chitarrista stratoideo recita che è una pessima scelta ma la circostanza e le mie mani, rose dall'artrosi già a quarant'anni, sostenevano vivamente il contrario. Raddrizzai con una pinza i finali arricciati delle corde e cominciai a infilarle.
Corde vecchie e meccaniche usurate lottarono un po' prima di arrendersi, una tiratina al truss rod (doppia azione) e una lubrificatina nei forellini delle sei chiavi conclusero la partita, regolai la tensione delle tre molle arrugginite sul retro in modo da ottenere il ponte flottante, e nonostante avessi girato le meccaniche un po' a casaccio, al primo colpo la chitarra risultò perfettamente accordata.

Il coperchio del vano molle mancava, ma in compenso era presente un altro vano chiuso da un tappo romboidale fissato da quattro viti. Lo smontai credendo di trovare una qualche particolarità nella circuitazione finora più che ordinaria. Con mio sommo stupore niente fili o componenti particolari dietro il coperchietto, bensì un piccolo sacchetto di tela chiuso con qualcosa di simile a un ciuffo di capelli. Al suo interno (non lo aprii ma lo tastai solamente) sembrava esserci del materiale granuloso, tipo sabbia o riso o qualcosa del genere. Qualcosa mi disse che era meglio lasciarlo li dove l'avevo trovato; lo rificcai dentro e avvitai le quattro viti.

All'inizio, come di consueto, gli diedi una suonata da spenta. Mica male mi dissi, le corde, anche se vecchie, risultavano morbide e brillanti, il manico era scorrevole e, nonostante l'aspetto, le meccaniche tenevano bene l'accordatura, anche con una decisa azione del tremolo (questo aveva solo due viti anche se la piastra recava sei fori). Il sustain c'era tutto, la tastiera (quasi sicuramente ebano, sentenziai) era in ottimo stato, l'intonazione pressoché perfetta.

Recuperai un jack e mi avvicinai al mio fido ampli, lo accesi, aspettai circa un minuto, poi inserii il jack e feci scattare l'interruttore dello standby. Silenzio. Ops, alzai il volume, silenzio totale. Neanche un hum o un vago ronzio (eppure sono normali single coil). Il silenzio durò finché non lasciai vibrare una corda e allora... allora ne uscì qualcosa che mi scavò nello stomaco e mi penetrò nel cervello.

Un suono, anzi il suono Stratocaster si diffondeva attraverso il mio modesto amplificatore. Incredulo provai qualche lick, qualche accordo, bending. Mi sbizzarrii su tutte e cinque le combinazioni del selettore, toni, volume.

Qualsiasi settaggio lasciava scaturire un suono tipicamente Strat che non avevo mai avuto a disposizione fino a quel momento. Ora mi ricordava Jimi, un'altra volta ci sentivo Eric, poi Beck. A un certo punto Stevie mi strizzò l'occhio da dietro la porta, facevo fatica a credere alle mie orecchie.

Andai avanti per un po' e quando un pizzicore alle dita mi fece notare che forse era ora di smettere, guardai l'orologio e mi accorsi che erano passate più di quattro ore. Riposi la chitarra nella sua custodia e mi preparai qualcosa da mangiare. Mentre sbocconcellavo quel che c'era nel piatto pensai e ripensai allo strumento che giaceva nell'altra stanza e mi tornò in mente lo sguardo sornione di mio nonno che ammiccava dalle vecchie foto di famiglia. - Ne sapeva il vecchio - mi dissi. Tornai a riflettere sul logo e sul nome, sulle frequenti sparizioni del nonno e alla staordinaria coincidenza della mia data di nascita stampata sulla paletta, ma ormai tutto ciò non aveva più importanza, l'importante era quello strumento che mi aspettava di là, chiuso nel suo scrigno.

Lo raggiunsi nell'altra stanza e lo trovai sullo stand. Strano, pensai, mi sembrava di averlo messo nella custodia... vabbé. Riaccesi l'ampli e suonai ancora diverse ore, fino a che i polsi mi suggerirono che era ora di smettere.

Andai a letto, mi svegliai dopo appena un paio d'ore. Accanto al letto, appoggiata al muro c'era lei (anche se mi pareva di averla lasciata di là, in sala), la presi e infilai la tracolla. Da allora non l'ho più riposta.

Sono passati divesi giorni e da quel momento in poi è tutto un continuo suonare, assolvere alle basilari funzioni fisiologiche e ancora suonare. Non vado al lavoro, non rispondo al telefono, mangio l'indispensabile, dormo a tratti e suono, suono, suono.
Quando piccole piaghe cominciano a costellare i miei polpastrelli mi rendo conto che c'è qualcosa che non va. Ma non sono le mani, non è il dolore, sono io. Non ci siamo proprio, la mia abilità chitarristica è inadeguata alla caratura di questo strumento, eppure sento che c'è qualcosa dentro di me che è pronto a sbocciare come un meraviglioso fiore multicolore ma è come se il suo seme fosse profondamente sepolto in un terreno arido e non piovesse da mesi. Devo scatenare un temporale, far sì che il terreno si inzuppi d'acqua, forse poi il deserto fiorirà, anche se solo per un giorno, ma ne sarà valsa la pena.

Dopo qualche giorno di ulteriori esercizi la tastiera è ormai macchiata del mio sangue in più di un punto e ho già consumato una boccetta di cianoacrilato per chiudere i tagli sulle dita. A un certo punto, in un intervallo di quello che è ormai diventato un delirio a sei corde, vedo, sul tavolo della cucina, il famoso sacchettino di tela che avevo trovato nel vano romboidale (anche se ero quasi certo di avercelo richiuso ben bene). Lo osservo meglio e noto una scritta sbiadita. Non si legge bene, sembrerebbe la parola "mojo" ma non ne sono sicuro, me lo ficco in una tasca.

Ripenso al nonno l'ennesima volta, le sparizioni, i ritorni, i loschi personaggi, gli oggetti inusuali, la sua abilità con le mani il suo isolamento. Ficco la mano in tasca e ne estraggo il sacchetto di tela, svolgo il groviglio di fili neri simili a capelli (o lo sono per davvero?) che lo tengono chiuso e ne rovescio il contenuto nel cavo della mano sana. Mi ritrovo il palmo pieno quelle che sembrano piccole ossa, si direbbero quasi vertebre in miniatura, tra quella sorta di graniglia affiorano un plettro e un rotolino di carta: mi infilo il plettro tra i denti e srotolo il bigliettino. Su un lato c'è scritto "Barbanera", sull'altro un indirizzo, o meglio il nome di un paese nei dintorni e il nome di due vie, accostato a una piccola mappa, le due vie si incontrano in un punto alla periferia del paesino, praticamente quello che si chiama un crocicchio.

La sera mi vede uscire, non prendo l'auto, cammino, stralunato, la mano sinistra fasciata alla bell'e meglio, nella destra la maniglia della custodia, in tasca il piccolo sacchetto di tela ormai vuoto, prima di uscire mi cade l'occhio sul calendario - Tu guarda - mi dico - proprio oggi è il mio compleanno! -.

Mi dirigo verso Consonno, il paesino indicato nel bigliettino, località piuttosto isolata in quello che rimane della zona tra la campagna brianzola e il lecchese ormai stuprata irrimediabilmente da capannoni e villette a schiera. Durante il tragitto  incrocio prostitute, ubriachi, nighthawks del sabato sera bivaccanti nei pressi di un furgoncino che vende panini e porchette. Nessuno mi vede, anche se ci passo nel mezzo, li sfioro ma è come se non ci fossero, sono come in trance. Dopo circa due ore di cammino arrivo a Consonno, paesino che negli anni '60 era stato trasformato in una specie di paese dei balocchi con addirittura un edificio a forma di minareto! se non ricordo male poi tutto fallì miseramente e ora è semiabbandonato e parecchio diroccato.

Trovo le vie citate nel biglietto (il paese ne conta cinque o sei in tutto) e mi siedo su un grosso blocco di granito a lato dell'incrocio, faccio per appallottolare la strisciolina di carta ma questa si disintegra trasformandosi in una finissima polvere nera.

Tiro fuori la chitarra, la osservo, alla luce fioca della luna sembra nuovissima, scintillante, neanche un filo di ruggine, la vernice è perfetta, la testa d'ariete sulla paletta lucida ricambia il mio sguardo, sembra chiedermi qualcosa, incitarmi. Imbraccio la chitarra, mi tolgo bende e cerotti dalle dita e, mentre aspetto non so bene cosa, comincio a suonare, e sento...
ne sento il suono, ma non è il suono castrato e legnoso di un'elettrica spenta, sento suonare un amplificatore, ne sono certo.
Sento chiaramente il ruggire del pickup al manico sparato in una plexi tirata a cannone, sento lo snap della combinazione quattro su una coppia di blackface a manetta, sento l'urlare acido del magnete al ponte uscire da due coni in alnico sollecitati allo spasimo da un quartetto di EL84.
Sono sicuro di sentire.
Certo che sento: c'è! Ritmiche, riff, accordi, alzo il volume, si innesca un feedback, lo tengo vivo quel che basta, accarezzo piano la leva, poi lo lascio spegnere, da solo, con naturalezza.
Ora voglio silenzio, prima azzero il volume e con il mignolo scimmiotto un po' di violini alla Blackmore, poi alzo a manetta.
Maltratto il tremolo, la chitarra muggisce, le corde si rilasciano sui pickup, come morte, poi rilascio la leva, le corde decollano, sembrano trascinarmi in alto, l'accordatura rimane perfetta.
Premo con il piede un immaginario stompbox e lo psichedelico ondeggiare di un vibe riempie l'aria.
Un altro tocco del piede e le lame di un fuzz menano fendenti a tutto spiano.
Sono invasato, un animale a sei corde, ma c'è ancora qualcosa che non va.

C'è chi dice che la differenza tra Dio e un chitarrista è che Dio non ha mai creduto di essere un chitarrista. Beh, in questo momento mi sento quasi Dio, ci sono molto vicino ma non del tutto, mi manca ancora qualcosa, qualcosa di fondamentale, il votarmi anima e corpo alla musica ed è per questo che sono qui a questo crocicchio. Appena realizzo pienamente questo concetto smetto di suonare. Ho bisogno di Lui perché tutto si compia e abbia un senso, come fece mio nonno devo anch'io compiere il passo estremo, ed è per questo che sono qui ad aspettare.

Poso la chitarra a terra, le corde incominciano a vibrare all'impazzata vittime di un incontrollato feedback, o forse sentono la Sua presenza, forse Lui sta per arrivare ?
Non ho paura, l'ululato della chitarra vibrante senza freni è assordante ma dolce e armonioso al tempo stesso.
Eccomi, sono pronto ad annullarmi? Sono pronto a cedermi totalmente per un'altro me stesso chitarristicamente infinito? Sì, eccomi.

Intravedo qualcosa nella nebbia, leggermente in controluce, si muove verso di me con passo lento ma sicuro, mi ha cercato finora e adesso mi ha trovato, alla luce fioca della luna. Si avvicina, lo guardo: è vestito stranamente, il suo abito è scuro, ornato da righe rosse e fregi lucenti, una fascia bianca gli attraversa il petto, sul suo copricapo arde una fiamma dorata.
D'improvviso uno squarcio nella memoria mi riporta indietro, mi sento come risucchiato in me stesso, è una lama che taglia la mia coscienza e mette a nudo un'altra realtà, prima nascosta dietro un velo sottile. Riconosco Rocco, un amico Carabiniere che ogni tanto mi portava delle chitarre da sistemare, lo sento parlare, con ferma gentilezza "Paolo, so' io, so' Rocco, ti ricordi? quello della Strat rossa, quello di Malmsteem... sta calmo che mo' si sistema tutto".

Mi affloscio, sedendomi per terra, e mentre i paramedici giocano col mio corpo e mi vestono di bianco e di cuoio come fossi una bambola di pezza, guardo con malinconia la chitarra, che ora sta ritornando a essere un semplice oggetto inanimato e logoro. Per un attimo un po' dell'energia posseduta nell'altra esistenza mi ritorna in corpo, ma solo per poco, solo fino a che l'onda calda del sedativo si propaga dal mio braccio in tutto il resto del corpo sciacquando via tutto quello che restava ancora di vivo in me. Poche note... si ripetono... per un po'... come con un delay... in un luogo molto riverberato... fino ai definitivi click dello standby e del power off.

Mentre gli occhi si chiudono e le orecchie si riempiono di bambagia sento Rocco dire "Senta dotto', ve l'avevo detto io di lasciargli tenere in clinica quella chitarra... stavolta lo vulimmo tenè bbuono sto povero guaglione?".
Silenzio.

E così finisce la storia della misteriosa Stratocaster del nonno. Ammetto di essermi lasciato un po' prendere la mano e di aver dilungato un po' il racconto, ma spero che sia piaciuto e che faccia un po' riflettere sugli eccessi e sulle paranoie di quella razza strana che siamo noi, i chitarristi.
Nella prossima (e ultima) parte mostrerò per bene la chitarra che mi ha ispirato tutto questo e darò qualche ragguaglio tecnico sulla sua realizzazione nonché qualche esempio audio.

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