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The Aristocrats: “Prima ci fissavano le mani, ora la gente canta con noi”
The Aristocrats: “Prima ci fissavano le mani, ora la gente canta con noi”
di [user #17844] - pubblicato il

Ci si può slegare dall’idea di “band di fenomeni” per regalare al pubblico un’esperienza godibile pur suonando fusion strumentale ai massimi livelli? Lo abbiamo chiesto agli Aristocrats.
Quando suoni in una band con alcuni degli strumentisti più quotati dei loro campi, le aspettative sono alte ed è prevedibile che tra il pubblico si nascondano molti “guardoni” appostati per carpire segreti di tecnica e strumentazione più che disposti a godersi lo show. Guthrie Govan e Marco Minnemann degli Aristocrats ci assicurano di aver superato quello “scoglio”, e adesso va tutto molto meglio.
Glielo abbiamo chiesto durante la nostra ultima intervista.

Pietro Paolo Falco: Siete universalmente riconosciuti come dei mostri di tecnica. La gente si aspetta qualcosa quando ascolta la vostra musica. Questa cosa condiziona in qualche modo la vostra creatività?

Marco Minnemann: Per me, affatto. Scrivo solo pensando alla bellezza della musica. A conti fatti, nella maggior parte dei casi sei ricordato per la cosa più estrema che hai fatto sullo strumento, ed è una benedizione e una maledizione allo stesso tempo. Devo ammettere che ci è voluto un po’ perché la gente realizzasse che noi siamo una band! Ricordo che ai primi concerti la gente fissava le mani, i piedi, continuando a indicare “oh, hai visto quello?”. Adesso invece cantano le melodie, come a dire “ecco, questo è un bel pezzo di musica”.

Guthrie Govan: È bello quando guardiamo le prime file e notiamo più sorrisi, più godimento, e non binocoli e taccuini, come poteva accadere forse nove anni fa. Vuol dire che abbiamo stabilito qualcosa, la gente che viene ora ai concerti ha un’idea più chiara di cosa aspettarsi: il nome della band, anziché i nomi dei tre musicisti.

PPF: D’altra parte, rispetto a nove anni fa anche il vostro stile è cambiato. Siete partiti da un rock fusion da manuale per diventare qualcosa di diverso, sempre più riconoscibile ma allo stesso tempo difficile da definire. Cosa sono gli Aristocrats oggi? Cosa suonate?

GG: Quello che ci pare! È il bello di quello che facciamo: più suoniamo insieme, più facciamo album insieme, più realizziamo di poterci assumere dei rischi. Possiamo permetterci di fare cose che siano stilisticamente inaspettate, pur confidando che continuino a suonare come “noi” in maniera riconoscibile. È per il modo in cui ci nutriamo a vicenda, ci rispettiamo l’un l’altro. Non credo sia ancora successo che uno di noi arrivi con un’idea per una canzone e qualcun altro dica “no, non è adatta agli Aristocrats”.

MM: È vero, perché la facciamo suonare come “noi”. Di fatto, scriviamo gli uni per gli altri, con gli altri in mente. Molti brani sono come delle colonne sonore per una storia, mai dei contorni per lo shred.

The Aristocrats: “Prima ci fissavano le mani, ora la gente canta con noi”

PPF: I vostri brani preferiti e perché?

GG: È come chiederci di scegliere un figlio preferito, è una cattiveria! Mi piacciono tutte per ragioni differenti. Non è che scriviamo nove canzoni nel tentativo di dare nove versioni di una sola idea, non c’è un brano che funziona meglio di un altro. Apprezzo alcune canzoni di Marco sotto l’aspetto delle sovraincisioni, perché non abbiamo mai osato tanto in quella direzione.

PPF: A proposito di questi esperimenti con sovraincisioni estreme. Come fate a renderli dal vivo?

MM: Ci sono canzoni come “Last Orders”, di Guthrie, bellissima, che rendono in modo perfetto in trio. Ma a volte mi capita di sentire tutta questa roba in testa che voglio assolutamente infilare in un brano, sul disco. Alcuni riescono ad adattarsi al palco, altri proprio no, come “Burial At Sea” o “Spiritus Cactus”. Ma la questione è questa: non importa, perché se siamo riusciti a renderle belle in studio, non vuol dire che dobbiamo per forza portarle ai concerti. Non occorre suonare tutto dal vivo, possiamo anche lasciare qualcosa all’immaginazione dell’esperienza in studio.

GG: Per me c’è una sorta di disciplina nel ricordare che siamo un trio, nel pensare “ricorda che dovrai suonare questa cosa dal vivo un giorno”. Quindi, se parti da una demo con una chitarra, un basso e una batteria programmata al computer che già suona come una canzone, puoi permetterti di aggiungere altri strati e dettagli con la consapevolezza che il cuore del brano potrà essere replicato comunque.
Se fossimo una rock band che fa canzoni sentimentali, l’equivalente di questo ragionamento sarebbe: “scrivi canzoni che funzionino anche solo con una chitarra acustica”.

The Aristocrats: “Prima ci fissavano le mani, ora la gente canta con noi”

PPF: Dal vivo, molti brani suonano diversi rispetto al disco, con lunghe intro e vere e proprie jam. Quanto c’è di scritto e quanto di improvvisazione in quelle parti?

MM: Lasciamo delle sezioni gli uni agli altri. Per esempio su “When We All Come Together”, sapevo di dover lasciare la sezione centrale completamente aperta per consentire a Guthrie di fare un assolo di chitarra. Lo stesso per Bryan, gli lascio il suo spazio. Non posso dire agli altri cosa suonare se sono bravi sui loro strumenti!
Ma l’orchestrazione e le frasi all’unisono sono interamente scritte. C’è più composizione di quanto potrebbe sembrare, ma alcune parti sono lasciate alle modifiche, all’intrattenimento, si trasformano. “Spanish Eddie” è un ottimo esempio.
Alcune canzoni gradualmente si trasformano in qualcosa di diverso, che non vuol dire necessariamente migliore, ma diverso, che chissà, potrebbe dare vita a un EP più avanti nel tour.

GG: Ogni sera accadono delle sorprese, e ogni volta teniamo a mente le sorprese che hanno funzionato. Quindi dopo tipo 15 concerti realizziamo che la canzone è diventata qualcos’altro, è la canzone stessa a dirci che forma vuole assumere. Non saprei come mantenere la mia sanità mentale se suonassi le canzoni esattamente allo stesso modo una sera dopo l’altra!

MM: Ne ho parlato con la crew giusto l’altra sera. Mentre bevevamo qualcosa, uno dei ragazzi viene da me e fa “sai, quando qualcuno mi dice ‘wow, è stato grande, sono felice di esserci stato’ gli rispondo ‘dovresti venire anche al prossimo, perché cambiano ogni sera”. È stato davvero un bel complimento, perché sarebbe noioso avere la stessa conversazione ogni sera, dire sempre le stesse cose, e credo sia il bello di tutto questo.
guthrie govan interviste marco minnemann the aristocrats
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