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Intervista a Daniele Tedeschi:
Intervista a Daniele Tedeschi: "Non siamo mica gli americani"
di [user #33493] - pubblicato il

Sono ancora fresche nella memoria le immagini trionfanti di quello che è passato alla storia come il più grande concerto singolo a pagamento di tutti i tempi, ovvero il live di Vasco Rossi a Modena Park dello scorso 1° luglio. La Notte di Vasco, ha voluto rendere omaggio anche a chi ha contribuito a renderlo grande, ripercorrendo le tappe più importanti del suo percorso artistico e umano. Proprio alla luce di ciò, è apparsa evidente l’assenza di Daniele Tedeschi (“La Roccia”), che per lVasco ha suonato la batteria per ben 11 anni, fino al ‘95.
Più di 220 mila spettatori paganti hanno presenziato e più di 5 milioni di telespettatori lo hanno seguito in diretta su Rai1, cifre da capogiro che premiano un evento che ha richiesto ben sei mesi di preparazione e un impegno produttivo mai visto per celebrare degnamente i 40 anni di attività del rocker di Zocca. 
Questa grande festa di amici ha visto avvicendarsi sul palco storici “compagni di viaggio” del Komandante, alcuni ancora ufficialmente nella sua band, altri invitati in qualità di ospiti, come Gaetano Curreri, Maurizio Solieri e Andrea Braido. 

Intervista a Daniele Tedeschi: "Non siamo mica gli americani"

Proprio alla luce di ciò, agli occhi di chi conosce bene la parabola di Vasco è apparsa ancora più evidente l’assenza di Daniele Tedeschi (“La Roccia”), che per lui ha suonato la batteria per ben 11 anni, fino al ‘95. 
Il rientro di Tedeschi nella band è stato invocato a più riprese da orde di fans del Blasco fin dall’anno successivo alla sua uscita e una sua partecipazione a Modena Park sembrava cosa dovuta. Le richieste sono rimaste inascoltate per una ventina d’anni, cosa curiosa se si pensa che sono stati “riabilitati” musicisti che con Vasco hanno avuto scontri piuttosto forti, a differenza di Tedeschi. Dopo il concertone, avendo già letto la sua biografia “Una batteria in valigia”, mi è venuta una gran voglia di scambiare due chiacchiere con uno dei miei batteristi rock (e non solo) italiani preferiti.  

Hai visto il concerto del primo luglio?
Sì, ma non sono andato a Modena, l’ho visto da casa. Ho pensato che a una festa devi andare solo se sei invitato! L’evento è stato perfetto da un punto di vista organizzativo e tecnicamente faccio i complimenti a tutto lo staff. L’ho trovato un concerto ben suonato, perché i musicisti sono tutti molto bravi, anche se ho sentito la band suonare molto più libera in altre circostanze. A me è sembrato un po’ un “compitino”, ma è comprensibile sentire la tensione della presenza di 220mila persone. Personalmente pensavo che Vasco avrebbe fatto una cosa diversa, un po’ come Ligabue, che ha chiamato sul palco tutte le band con cui ha suonato. 



Il concerto doveva celebrare i 40 anni di carriera di Vasco. Monitorando i social, ho notato che molti fans di Vasco davano per scontata la tua presenza sul palco. Tu ti aspettavi una chiamata? Perché non è arrivata secondo te?  
Io me l’aspettavo fino a una ventina di giorni prima. Ho sentito dire che si sarebbe trattato di un problema di spazio per le batterie sul palco, ma mi pare ridicolo perché su quel palco di batterie ce ne sarebbero state anche quaranta. Per eseguire due o tre pezzi, poi, avrei potuto benissimo usare la batteria di Matt Laug. Otto volte su dieci mi trovo a suonare su batterie che non sono mie, quindi non avrei avuto problemi ad adattarmi. 

Tu sei stato parte di questa incredibile macchina musicale nel suo periodo più glorioso, tra il 1984 e il 1995. Sei il batterista “storico” di Vasco, quello di Fronte del Palco (fortunatissimo tour di Vasco, svoltosi nel 1990 e nel 1991). Perché questo rapporto si è interrotto (cosa che peraltro si è chiesto anche Deen Castronovo, il primo dei batteristi americani che ti hanno sostituito, dopo aver visionato dei video live di Vasco)?
Sì, è vero, Deen ha chiesto perché avessero voluto cambiare batterista. Io per Vasco ho sempre cercato di fare il meglio possibile. Non mi sono mai reputato un supervirtuoso e non sono mai stato uno studioso da otto ore al giorno, ma ho studiato per poter lavorare al mio meglio. Ho cercato di amare la sua musica e di piacere non tanto ai batteristi, ma ai musicisti che suonavano con me, e di sostenere la ritmica con un senso. Sono stato al fianco di Vasco anche in momenti particolari, come quando lui e Guido Elmi (il produttore di Vasco recentemente scomparso, n.d.r.) hanno preso strade diverse. Nel periodo di Fronte del Palco, inoltre, ho fatto entrare nella sua lineup musicisti come Braido e Rocchetti. Quando morì Maurizio Lolli (road manager e amico di Vasco, scomparso nel ‘94 per un tumore ai polmoni, n.d.r.) io stesso consigliai a Vasco di riprendere la sua collaborazione con Guido Elmi - che aveva avuto grandi meriti nel creare il “personaggio” Vasco e in un certo periodo si occupava di tutto per lui, ma che secondo me non aveva le competenze di un vero musicista. Tempo prima Elmi convinse alcuni dei musicisti di Vasco a lasciarlo per buttarsi in un progetto indipendente di cui ho fatto parte per un periodo, la Steve Rogers Band, e per questo la loro collaborazione si interruppe. Io non mi trovai d’accordo (per me era possibile fare le due cose insieme) e tornai da Vasco, il quale mi promise che ci sarei stato sempre, ma si sa come funzionano le cose in questo ambiente. Dopo il ritorno di Elmi, Vasco mi disse “se Guido non ha niente in contrario, ti riprendo”. Ovviamente mi ha lasciato a casa. Credo di essere stato una “vittima politica”, più che musicale in senso stretto. 

Ho l’impressione che tu abbia pagato particolarmente cara la tua integrità.  È vero che sei stato accusato di essere un “sindacalista” della musica? Io lo trovo un complimento pazzesco.
Sì, mi chiamò così Guido Elmi. Io ho fatto pagare le prove per tutti i musicisti quando sono entrato con Vasco. Con Guido abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale perché non amo molto le pressioni sui musicisti, trovo debbano essere lasciati liberi di esprimersi. Certamente l’ho pagata cara, perché scendere dal palco di Vasco significa scendere dal palco più ambito d’Italia. Dopo che me ne sono andato, c’è stato un susseguirsi di batteristi americani al suo fianco: Aronoff, Castronovo, Baird, Moffet, Laug, tutti professionisti ma forse non tutti adatti a suonare con Vasco.



Hai condiviso un tratto di strada abbastanza importante con Vasco. Quali sentimenti hai nei suoi confronti oggi? Credi ci sia ancora spazio per una collaborazione? 
Io nei confronti di Vasco non ho nulla e capisco bene che un artista di quell’entità debba gestire certi equilibri. Ci sono delle dinamiche che vanno al di là della musica. Certamente collaborerei nuovamente con lui. Ha scritto delle canzoni stupende, altre meno, ma sarei felice di tornare a collaborare. Tra l’altro ho continuato a suonare i suoi brani negli anni, collaborando con molte tribute band, insomma conosco il suo mondo.

La tua carriera è inevitabilmente legata a doppio filo con Vasco Rossi ma tu hai suonato per molti altri artisti nazionali e internazionali, forte anche della tua versatilità. Quali collaborazioni ricordi più volentieri e con quali artisti ti piacerebbe collaborare oggi?
Ho avuto collaborazioni molto belle e soprattutto durature. Se lavori bene molto spesso vieni confermato nei tour successivi. Ad esempio, ho suonato per 6 anni con Miguel Bosé, fino al 1986; aveva dei pezzi in spagnolo per il mercato sudamericano già tosti allora che erano stati suonati in studio da musicisti molto bravi per cui dovevo fare del latin, dovevo suonare su sequenze. L’ho lasciato proprio per andare a suonare con Vasco. Ho suonato con Massimo Ranieri, Andrea Mingardi, Gianni Togni. Ho detto no a un tour di Gianna Nannini perché era un rock piuttosto lineare e il rock che piace a me è il rock melodico quello che sfocia verso il funk e verso la fusion. 
Per quanto riguarda la collaborazione che mi piacerebbe fare, mi piacerebbe suonare anche solo una cover di Hendrix con Steve Lukather, chitarrista che amo visceralmente. Trovo abbia un gusto pazzesco e adoro i Toto, anche se penso che si siano un po’ persi dopo Simon Phillips. In Italia invece c’è una band che mi piace molto, che sono i Marta sui Tubi.

Intervista a Daniele Tedeschi: "Non siamo mica gli americani"

Mi sembra che con Vasco tu sia sempre stato un poderoso motore ritmico, prediligendo il groove ai soli e ai virtuosismi. In altri contesti hai fatto scelte diverse o è sempre stata la tua filosofia batteristica?
A me piace suonare delle belle canzoni, che siano semplicissime o complicate è irrilevante. Ma mi è stato chiesto un po’ di tutto, sia dal vivo che in studio. Ad esempio, recentemente ho avuto la fortuna e l’onore di incidere tre brani per il disco di un pianista e giornalista che si chiama Christian Tipaldi  (in uno dei tre pezzi c’è Mike Landau alla chitarra). Lì mi sono trovato a fare cose pazzesche! Gli altri batteristi del disco sono Adriano Molinari, Will Hunt, Matt Laug e Vinnie Colaiuta. Verrà mixato dal fonico di Madonna a Londra. Diciamo che spesso è possibile trovare lo spazio per il virtuosismo, ma secondo me l’intelligenza sta nel capire dove. È una questione di gusto, insomma.

La tua autobiografia, “Una batteria in valigia”, riporta molte delle esperienze incredibili che hai vissuto suonando professionalmente in tutto il mondo, ma riporta anche il non facile periodo “post Vasco”, quando con un figlio piccolo e una famiglia da mantenere hai dovuto reinventarti prima in un ristorante e poi lavorando come camionista. Hai mai pensato di abbandonare davvero la musica?
Di abbandonare la musica mai, ma di abbandonarla come professione varie volte. È un lavoro difficile, oggi ci sei e domani non ci sei più. Quando Vasco mi ha lasciato a casa, mi sono trovato in difficoltà. Avevo un amico che lavorava nella moda e gli serviva qualcuno che facesse consegne. Dato che si guadagnava bene, ho deciso di comprare un camion, che usavo per lavorare ma anche per andare a suonare. Non ho “scelto” di fare il camionista, ho avuto la necessità di farlo e ho cercato di unire le due attività per sopravvivere, ma anche per dare a me stesso il tempo di capire che musica fare (credo che dover fare musica che non ti piace per pura necessità sarebbe stato molto più doloroso che fare il camionista). Vasco ha anche un ristorante, ma non è un cuoco. Red Canzian coltiva bonsai, ma non è un giardiniere. Io ho guidato, ma sono un batterista. Alla fine ho venduto il camion e mi sono dedicato alla batteria a tempo pieno, partendo in tour con Massimo Ranieri e suonando in Italia, in America, in Australia e poi con Gianni Togni, ma non mi vergogno della mia scelta e posso dirti che ho trovato più solidarietà e collaborazione tra camionisti che tra musicisti. Oggi suono in modo probabilmente più rilassato di chi studia 10 ore al giorno, ho tanti interessi, mi piace la pesca, ho un cane che adoro.

Qual è stata la tua formazione e come ti sei introdotto nel mondo della musica professionale?
Io sono autodidatta, la mia formazione non è avvenuta in modo tradizionale, andando a lezione. Ho sempre ascoltato tantissimi dischi, grazie anche ai miei amici (tra cui Romano Trevisani, grande chitarrista che ha suonato con tanti artisti e che si è suicidato qualche mese fa). Tutti mi associano esclusivamente al rock perché ho suonato con Vasco, ma a 17 anni sentivo con passione la Mahavishnu Orchestra, poi ho ascoltato moltissimo jazz (sono un fanatico di Michael Brecker), ho avuto molte contaminazioni. All’epoca non c’erano le discoteche, c’erano i dancing, dove la musica da ballo la suonava un’orchestra vera. Io andavo spesso in un locale dove suonava l’orchestra di Paolo Zavallone che aveva alla batteria Tullio De Piscopo, il quale studiava percussioni al conservatorio di Bologna. Mentre i miei amici pensavano alle signorine, io stavo dietro a Tullio De Piscopo e guardavo cosa faceva, e facevo altrettanto con altri batteristi, poi andavo a casa e cercavo di rifarlo. Ho suonato anche sui fustini del Dixan! Era la fine degli anni ’60, avevo 14 o 15 anni. Un giorno ero a pescare con mio padre vicino a Bologna e il batterista di un’orchestra che si esibiva nei paraggi ebbe un attacco di appendicite. Lo sostituii un po’ per gioco e cominciò la mia carriera professionale! Mi chiamavano “il cinno” (il ragazzino, n.d.r.).
Ho fatto 15/20 anni di sala da ballo. Ho suonato con le orchestre di Henghel Gualdi e con Andrea Mingardi (prendendo il posto di Giulio Capiozzo), dove facevamo pezzi di Chicago e Tower of Power, una band rock con quattro fiati. Ho imparato davvero molto da queste esperienze, perché erano musicisti veri. In quel periodo ho visto per le prime volte Vasco, che metteva i dischi per intrattenere la gente!



Come pensi sia cambiato il modo di fare musica in questi decenni? La tecnologia, a tuo avviso, agevola o frena lo sviluppo artistico?
Io mi trovo a suonare su brani che hanno delle parti elettroniche che trovo molto belle, sono una componente del brano, fanno parte dell’arrangiamento, sono state scritte e concepite intelligentemente. Quando l’elettronica prende il sopravvento o vuole riempire dei vuoti creativi, invece, non mi piace affatto. È sempre il vecchio discorso, tutto può essere utile se usato con intelligenza, se ben integrato. Sono strumenti che bisogna saper usare, naturalmente. Programmare una sequenza, ad esempio, richiede una certa competenza. Cose come l’Auto-tune, invece, oppure orchestre che si esibiscono suonando interamente in playback a me paiono una vera truffa musicale.

C’è stato un crollo abbastanza tangibile della qualità dei prodotti musicali. A tuo avviso da dove occorrerebbe partire e su quali aspetti si dovrebbe far leva per ridisegnare il panorama musicale (italiano e non) al fine di riportarlo a standard qualitativi più elevati?
Sinceramente trovo che il nostro sia un paese spaccato sotto ogni punto di vista, anche quello musicale. Mi dispiace molto riscontrare – cosa che emerge anche sui social – una certa ignoranza in molti ascoltatori. Ci si appassiona a certi artisti per cose che non hanno davvero a che fare con la musica: il bellone di turno, il musicista che suona nella band di grido e che si vorrebbe imitare e quant’altro. Ci sono cose che solo chi ha molta esperienza di palco può capire e comunicare. Al momento in Italia siamo nel caos e ognuno, magari per acquistare un po’ di fama su Facebook o altrove, si trova a parlare di cose che non conosce. Facebook ha sostituito il bar. Cosa si può fare? Poco, secondo me.

Intervista a Daniele Tedeschi: "Non siamo mica gli americani"

Ci vorrebbe il discografico di una volta. Oggi c’è suo nipote, che ascolta le prime 4 battute di una demo e poi la caccia via perché non gli è “arrivata al cuore” che non ha. Poi c’è un numero di musicisti sconcertante, in parte grazie anche al discorso tecnologico che si faceva prima. In troppi si sono infilati nel mondo della musica senza avere le dovute competenze ed esperienze e questo si riflette in ogni aspetto del fare musica odierno. C’è gente che si presenta con un curriculum falso! Oppure, pensa a chi fa parte delle “giurie di qualità” e deve giudicare chi si esibisce, o ancora pensa a chi insegna musica. Ci vogliono dei professionisti, ovunque. Noi musicisti siamo una categoria fondamentalmente sconosciuta allo Stato. Come tutte le professioni, andrebbe regolamentata meglio. Io sono per il professionismo e per la meritocrazia. Pensa a quanti “dopolavoristi” suonano in giro… Non troppo tempo fa sono stato chiamato per suonare e fare il direttore artistico in una tribute band. Una sera mi sono rifiutato di eseguire un pezzo con un tizio che faceva il compleanno in un locale; glielo avevamo già concesso in una serata precedente ed era stato imbarazzante, quindi non volevo ripetere l’esperienza. Il gestore del locale – un suo amico –  non l’ha presa bene. Quando ha richiamato la band per una serie di date, ha espresso il desiderio che io non fossi presente e la band lo ha assecondato… L’avessero chiesto a me, non avrei mai accettato di lasciar fuori un membro del gruppo. Quello non è lo spirito di una band, non puoi farti dire da un cuoco come gestire la tua band solo per arrotondare il tuo misero stipendino. Gente così è la rovina della musica, è inquinante. Non serve dire che ho mandato tutti solennemente a “fankulo”, dopolavoristi e pizzaiolo.

In cosa sei impegnato al momento e quali sono i tuoi progetti per il futuro? 
Il mio progetto è sempre lo stesso: suonare, lavorare bene. Mi piacerebbe entrare in un tour professionale e stare lontano il più possibile dai dilettanti (ride). Ho diverse serate interessanti in programma, alcune con vecchi amici (Ricky Portera, Mimmo Camporeale, ecc). Per quanto riguarda la didattica, insegno presso la Scuola di Musica Moderna – Associazione Musicisti di Ferrara, che ha un corpo docenti davvero in gamba e una struttura molto bella. Insegno da 40 anni e mi permette di rimanere allenato, di stare in mezzo ai giovani e tenermi aggiornato, ed è una cosa che mi fa bene e mi diverte. 
 


L’autobiografia di Daniele Tedeschi Una batteria in valigia, scritta in collaborazione con Samuele Govoni, è uscita nel 2015.
daniele tedeschi interviste vasco rossi
Link utili
La pagina di Daniele Tedeschi:https://www.facebook.com/daniele.tedeschi.758
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