L'uscita dell'album era stata annunciata con il paragone tra il suo playing e la pronghorn, velocissima capra statunitense che pur non dovendo scappare da tigri con denti a sciabola e altre belve feroci, ha conservato il suo inarrivabile scatto felino (o caprino a questo punto). Con la serenità di chi a livello tecnico non deve più dimostrare niente Gilbert si è totalmente abbandonato a quella che sembra essere la sua più grande passione, attualmente, il genere che più gli fa scaldare le valvole: il blues, ambito particolarmente adatto a far sfogare anche Emi, sua moglie e ottima pianista.
"Enemies (in jail)" si apre con un'intro quasi da sit com americana, per poi lasciare spazio a un riff cadenzato e fuzzoso al massimo che da subito fa dimenticare il lavoro fatto da Gilbert con Freddie Nelson e addirittura con i Mr Big. Un brano che in realtà si rivela più pop di quanto pensassimo, nonostante gli assolo esplosivi di chitarra e più pacati di pianoforte.
"Rain and Thunder and Lightning" spiazza ancora il nostro orecchio pronto ad accogliere del sano e vecchio blues. Riff di basso, chitarra, batteria e pianoforte si intrecciano a creare un ricamo non troppo complicato ma di sicuro impatto. Il piede sull'acceleratore oltre la metà brano cade di botto, per un attimo Gilbert cambia marcia per ricordare che come plettra lui...
"Vibrato", title track, ed è di nuovo fuzz. Quel suono a cui ci aveva abituato con Fuzz Universe, corposo, pesante, riff cadenzato, sincopato. Non ci soffermiamo sul testo e sulla melodia ben riusciti, ma passiamo anche qui alla seconda metà del brano che si compone di due assolo che riassumono bene l'evoluzione musicale del chitarrista statunitense: il primo più lento, per la serie poche note ma al momento giusto, il secondo fulminante, pennata alternata come se piovesse. Certo non può probabilmente essere annoverato tra gli assolo più belli mai fatti da Gilbert, ma di certo non è da sottovalutare.
Il successivo "Put It On The Char" ricalca molto il secondo come stile e arrangiamento, con la differenza che alla batteria di Thomas Lang è lasciato molto più spazio di manovra. Interessantissimo l'interplay tra lui e la Fireman intorno al minuto quattro, che carica a dovere il solo incisivo e delicato che va a sfumare.
"Bivalve Blues" finalmente. La capra americana si è seduta con una buona bottiglia di whiskey accanto. Dopo un'intro fin troppo rockettara una pentatonica che più pentatonica non si può ci culla, ma senza farci assopire perché nei turn around, pronti ad aspettarci, troviamo frasi esplosive che desterebbero anche i morti.
Gilbert non ha mai fatto mistero della sua passione per la musica classica, "Blue Rondo A La Turk", cover di Brubeck, risulta infatti un perfetto mix tra prog, classica, blues e jazz. Moltitudini di accordi che si succedono, continui scambi e obbligati e forse il miglior riff di pianoforte dell'intero album, i continui cambi di velocità e di metro non fanno altro che regalare continue sorprese alle orecchie, senza mai risultare fastidiosi.
"Atmosphere On The Moon" è un altro ibrido, questa volta più claptoniano, a cavallo tra rock e blues, anche se la mano di Gilbert non può essere certamente definita slow. Quella che troviamo è un'ottima ballad, dolce, d'amore, Eric Martin approverebbe!
"Pronghorn" è un brano davvero simpatico, soprattutto per il riff di chitarra in sincronia perfetta con la batteria. Sintetizza alla perfezione il paragone con l'omonima capra americana con cui Gilbert aveva anticipato l'uscita dell'album mesi fa. Su una base dal sapore tutto sommato blues, la chitarra continua a cambiare velocità, dal passo al trotto al galoppo, con una noncuranza davvero da maestri. Forse il minuto di assolo di pianoforte ce lo saremmo risparmiato questa volta, ma in fondo non è niente male!

Gli ultimi tre brani dell'album sono cover selezionate tra quelle proposte negli scorsi anni tra live e clinic. "Roundabout" è una delle più apprezzate e riuscite, al diavolo il blues e le caprette: qui Paul suona e lo fa da dio! La dimensione live sicuramente aiuta. L'energia sul palco si sente, aiutata dal lavoro magistrale di basso e batteria.
"I Want To Be Loved" è un blues, un super classico di Muddy Waters qui suonato in una versione davvero aderente ai canoni della musica afroamericana più celebre.
Chiude il brano "più bello di tutti" come dice lo stesso chitarrista al microfono: "Go Down" degli AC/DC. Il groove c'è la voce pure. Gli assolo? Che domande! C'è davvero tutto.
Forse ci aspettavamo qualcosa di diverso, ma non siamo rimasti delusi da Vibrato, che mette in luce un Gilbert nuovo, diverso, però se il prossimo album tornasse Gilbert il rockettaro certo non resteremmo schifati!
