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Storia degli amplificatori Fender
Storia degli amplificatori Fender
di [user #26523] - pubblicato il

I più grandi simboli Fender hanno corde e pickup, ma non bisogna trascurare l'apporto che la passione di Leo per l'elettronica ha fornito al mondo della musica elettrica. I suoi valvolari hanno fatto da apri-pista a tutto il panorama moderno, partendo da pochi modelli, semplici e simili tra loro.
I più grandi simboli Fender hanno corde e pickup, ma non bisogna trascurare l'apporto che la passione di Leo per l'elettronica ha fornito al mondo della musica elettrica. I suoi valvolari hanno fatto da apri-pista a tutto il panorama moderno, partendo da pochi modelli, semplici e simili tra loro. Ce ne parla Maurizio Piccoli con un estratto dal suo libro "Fender".

Anni fondamentali per l’amplificazione del suono furono il 1907 (John Flemming inventò la valvola termoionica) e il 1909, anno in cui Lee De Forrest ottenne il brevetto del triodo. Altrettanto fondamentale fu il libero utilizzo, senza pagamento di diritti, di schemi necessari alla costruzione di apparati di amplificazione, pur essendo questi brevettati e di proprietà di AT&T e di Western Electric.
Le due compagnie avevano, infatti, concesso alla RCA, costruttrice di valvole, di offrire agli acquirenti un manualetto contenente i disegni di varie circuitazioni. Lo scopo era ovviamente quello di stimolare, anche a livello amatoriale, l’acquisto dei nuovi “tubi” necessari alla costruzione di apparati di amplificazione. Di questa disponibilità si avvalse anche Leo Fender le cui prime esperienze “elettriche” erano iniziate negli anni Venti quand’era ancora un ragazzino.

Storia degli amplificatori Fender

Si racconta che lo zio elettrauto, John West, gli inviasse, perché ci giocasse, una scatola piena di materiale ricavato dallo smontaggio di radio non funzionanti e che durante una visita all’officina, locata a Santa Maria, Leo rimanesse colpito dal volume della musica che usciva da una radio autocostruita in bella mostra all’ingresso. Da allora si dedicò a valvole, condensatori e potenziometri sempre più seriamente, fino a farne una parte importante della sua attività professionale.
 
Molti degli amplificatori Fender d’annata si avvalgono di pochi schemi elettrici di base e anche se i modelli sono in gran numero, sono tutti riconducibili a tre o quattro tipi di architettura. Variano l’estetica, i dimensionamenti dei cabinet, il diametro dei coni utilizzati, le valvole e la potenza.
Per esempio, a sostegno di quanto detto concorre la similarità tra la circuitazione dei vecchi Twin, Quad, Vibro Sonic e Showman, costituenti una delle “famiglie” (poche, in verità) di casa Fender. Stesso dicasi per il Super, il Pro e il Bandmaster che, ugualmente ai precedenti, hanno in comune le caratteristiche circuitali. L’evoluzione di ogni schema di base si ripercuoteva su tutti gli appartenenti alla “famiglia” e rende ancora una volta giustificato il suddividerli qui in gruppi.

Storia degli amplificatori Fender

All’interno di una determinata tipologia circuitale (ma in generale ciò vale non solo per gli amplificatori Fender) le differenze tra modello e modello, ferme restando la struttura, il materiale del cono, la natura e qualità del magnete, vengono date principalmente dal diverso diametro dell’altoparlante. La risposta in frequenza e la direzionalità del suono variano appunto in funzione del diametro per cui da un cono da 15” ci si aspetterà una risposta migliore alle basse frequenze rispetto a un cono da 10”. Senza considerare la collocazione più o meno angolata del cono rispetto al frontale del cabinet e il tipo di cabinet usato, il diametro è responsabile anche delle caratteristiche della “proiezione” sonora. Un Princeton con un cono da 8” risulterà “direzionale” a partire da una frequenza ben più elevata (intorno ai 2000 Hz) rispetto a un Pro con un cono da 15” il quale irradierà diffusamente, cioè con un angolo di diffusione molto largo, le frequenze sotto i 1000 Hz. È oltre tale soglia che l’angolo di diffusione si stringerà e il cono tenderà a proiettare il suono in maniera sempre più direzionale.
Va da sé che il chitarrista sceglierà l’amplificatore in base al proprio gusto ma propenderà a prediligere coni da 8” e da 10” per le loro buone doti di diffusione e per la direzionalità del suono che si farà sentire intorno ai 1800 hz, una zona di frequenze gradita alla chitarra.

Storia degli amplificatori Fender

Non essendo lo scopo di questo lavoro un’approfondita analisi tecnica, quanto scritto va considerato puramente indicativo poiché molteplici sono i fattori che influenzano il suono e la sua dispersione. Fra questi va almeno ricordata la struttura del cabinet. Se del tipo a retro chiuso (es. Tremolux post ‘60), esso fornirà una certa esaltazione alle basse frequenze, con il risultato di essere spesso boomy, rimbombante, rispetto al tipo con retro aperto che risulterà possedere un suono più secco e chiaro, più adatto a un uso chitarristico.

La storia di Leo Fender e della sua più grande avventura è appassionante e ricca di risvolti. Puoi trovarla per intero leggendo il libro "Fender", di Maurizio Piccoli. Il libro è ora in offerta limitata sullo Store di Accordo, scoprilo a questo indirizzo.

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Bellissimo argomento
di Albinik56 [user #30990]
commento del 09/08/2014 ore 10:45:17
Ottimo articolo Maurizio, molto interessante e sicuramente "ampliabile". Chi ne ha ne metta che si impara sempre.
Rispondi
Non capisco
di Pancollolio [user #27959]
commento del 13/08/2014 ore 00:16:22
Cito dall'articolo:
"Va da sé che il chitarrista sceglierà l’amplificatore in base al proprio gusto ma propenderà a prediligere coni da 8” e da 10” per le loro buone doti di diffusione e per la direzionalità del suono che si farà sentire intorno ai 1800 hz, una zona di frequenze gradita alla chitarra."
E infatti, a quanto mi risulta, l coni più usati ed osannati sono i Celestion da 12".
Son perplesso.

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