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Lorenzo Feliciati:
Lorenzo Feliciati: "Koi", musica di fusione
di [user #17404] - pubblicato il

Koi, l’ultimo disco del bassista Lorenzo Feliciati è un lavoro intenso e bellissimo. Se la fusion oggi fosse così, emancipata e disinibita, non sarebbe quel genere patinato e impolverato assieme, che troppo spesso si ascolta. Koi è musica di fusione: ambient, progressive, pop e jazz galleggiano, con eguale grazia, tra paesaggi sonori ipnotici.
Abbiamo incontrato Lorenzo Feliciati per farci raccontare la produzione e realizzazione di questo disco.
 
Ascoltando KOI ti arriva prima la musica che il suonato. Le atmosfere che la musica suggerisce ti rapiscono prima ancora di decifrare quello che i singoli strumenti fanno.
E’ un risultato che non è arrivato casualmente, spontaneamente.
C'è stata una pianificazione, un lavoro di preparazione soprattutto mentale: ho dovuto pensare bene e chiarirmi quella che sarebbe stata l'attitudine, l'approccio compositivo e strumentale dell'album. Per esempio, un aspetto decisivo elaborato nella ideazione e pre produzione di questo disco è stato ridurre al minimo lo spazio per il solismo.
A parte quelli di Alessandro Gwis al piano e di Angelo Olivieri non ci sono assolo nell'album e – soprattutto - non ci sono assolo di basso.
 
Lorenzo Feliciati: "Koi", musica di fusione
 
Non deve essere stato facile per uno che è un virtuoso del suo strumento…
Penso, e anzi spero, di aver dato dimostrazione in passato di quelle che sono i lati più tecnici del mio playing. Come ripeto spesso, il mio moog background è di accompagnatore, ho nel mio DNA il senso della misura e del ruolo. Deciso che questa produzione avrebbe dovuto svilupparsi in quella direzione, mi ci sono ritrovato in totale naturalezza.
 
Quindi hai iniziato i lavori con le idee chiare su quello che volevi e non volevi?
Sì, in questo album credo di essere riuscito a far avvicinare il mio ruolo di bassista a quello di compositore; un po' come se fossi stato chiamato a collaborare alla colonna sonora di un film composta da qualcun 'altro. Essendo anche il produttore e l'arrangiatore, a volte ero abbastanza confuso e sono dovuto tornare a riflettere su quelli che erano stati i punti di partenza che mi ero dato.
Devo dire che la mia collaborazione l'Orchestra Operaia di Massimo Nunzi mi ha aperto gli occhi su le infinite possibilità che un arrangiatore ha davanti a se, sul fatto che spesso la soluzione più musicale ed efficace non è la prima che viene in mente o quella più tradizionale.
 
Hai detto colonna sonora e, in effetti, le canzoni richiamano scenari emotivi differenti e variegati, come le musiche di un film.
Guardo molti film ogni settimana, soprattutto degli anni '60, '70 ed '80. Ultimamente Birdman con la colonna sonora superba di Antonio Sanchez, mi ha letteralmente fulminato.
Per esempio su “New House” l'idea di mettere in contatto una melodia larga, molto cinematografica, con una pulsazione costante e anche forse ossessiva, risente dell'influenza che molti compositori di colonne sonore hanno sempre avuto su di me. 
 
Proprio “New House” mi ha ricordato il songwriting di Stewart Copeland nelle colonne sonore di Francis Ford Coppola. Penso in particolare a “Rumble Fish”... 
Ho visto “Rumble Fish” credo dieci volte ! Adoro, ovviamente, Stewart Copeland e il singolo “Dont box me in” con Stan Ridgway è un classico nel mio iPod. Copeland è il più sperimentatore tra i tre Police e al secondo posto c'è Andy Summers! Basta ricordare tutti i progetti insieme a Orchestre Sinfoniche che Copeland ha fatto da dopo lo scioglimento dei Police. Police che, comunque,  per me hanno cessato la loro attività con Sincronicity…
 
Lorenzo Feliciati: "Koi", musica di fusione
 
Koi è un concept album strumentale. Che storia racconta?
Ho cominciato a comporre i brani pensando di raccontare la vita di una carpa Koi. Volevo tradurre in musica il difficile viaggio di questo pesce che riesce a risalire le cascate del Fiume Giallo e nuota controcorrente fino alla foce del fiume. Come viene descritta nella cultura orientale, soprattutto Giapponese, la carpa KOI è simbolo di perseveranza, coraggio e dedizione tant’è che, quando raggiunge la foce del fiume, la carpa si trasforma in drago. Ho pensato che raccontare questa storia fosse una buona sceneggiatura. 
 
Sceneggiatura: ancora il cinema…
Sì, descrivere tutti i passaggi, dalla nascita alla trasformazione in drago mi è sembrata un idea forte ed intensa, dotata di tutte le caratteristiche di una sceneggiatura, un copione da commentare musicalmente.
 
Hai composto le musiche con già chiaro in testa chi sarebbero stati i musicisti coinvolti?
Sì, perché prima ancora di mettere giù una sola prima nota, ho riflettuto su quali musicisti avrei voluto.
Una cosa nuova: è la prima volta che compongo musica per un mio album da solista sapendo esattamente chi suonerà quelle parti. 
Ho sempre sognato di suonare con Pat Mastelotto, Steve Jansen e Terry Bozzio. Con KOI sono riuscito a raggiungere due terzi dei miei sogni visto che Pastellotto e Jansen sono presenti. Adesso manca Bozzio:chissà, magari nel futuro…
 
 
Con Mastellotto suoni da anni…
Sì. In questo album su “Noir Alley Verdigris” c'è la splendida batteria di Pat Mastelotto con il quale oramai collaboro su vari fronti: a novembre uscirà il terzo album del progetto Naked Truth che ho prodotto insieme a Bill Laswell, che lo ha anche mixato.
 
E il sax su “Noir Alley Verdigris”?
E’ Nicola Alesini che ha collaborato con David Sylvian. Nicola ha suonato in maniera molto intensa e regala alla coda del brano un tocco di malinconia che è un essenziale elemento del racconto.
 
Il grosso delle batterie è affidato a Steve Jansen, batterista dei Japan. Com’è stato lavorare con lui?
E' stato veramente un grande e ha confermato tutte le mie aspettative, anzi le ha superate.
Io credo che ogni produttore/leader di un progetto (e in Koi io rivestivo questo ruolo) debba sapere bene cosa non vuole e – posti quei paletti di produzione - per il resto deve lasciare liberi i propri collaboratori di mettere del loro. Con Steve Jansen è stato esattamente così. Ha colto esattamente il tipo di estetica musicale che cercavo per questo disco e ci ha aggiunto il suo contributo in maniera coerente. Il connubio riuscito tra ritmi elettronici e acustici che caratterizza l’album è frutto dell'incontro tra le mie direttive e le sue intuizioni.
 
Cosa hai usato per le parti di elettronica?
Pensa che non ci sono praticamente tastiere elettroniche: tutti i suoni che si sentono - e che non sono piano acustico o archi come in "Margata" - sono prodotti da me, con il basso e vari pedali ed effetti. Era essenziale riuscire a creare qualcosa di vero.
 
Una volta chiarito come avrebbe dovuto essere il suono di questo disco, come ti sei mosso?
Ho composto i vari brani al basso, basso spesso processato con moltissimi effetti e ho lavorato ai riff e alle melodie del piano. A quel punto, sono andato da Gwis che ha sostituito - e ovviamente migliorato - le mie idee pianistiche. Quindi è entrato in scena Angelo Olivieri con la sua tromba e ha suonato alcuni riffs e melodie. Il tutto è stato spedito a Jansen che ha aggiunto le sue batterie acustiche e le sequenze elettroniche. Dopo avere montato, costruito, ripulito il tutto ho aggiunto la sezione fiati.
 
Di solito avviene il contrario, si parte registrando la batteria…
Sì, mi rendo conto che è abbastanza il contrario di quello che si fa di solito dove la batteria spesso è la prima cosa che si incide. Io invece ho mandato a Jansen i brani solo con il click. Solo nel caso di “Fish Bow” avevo lavorato usando una cassa in quattro per aiutarmi a registrare tenendo ben presente il feel del brano.
 
Nomini “Fish Bowl” dove hai un suono di basso feroce. Che hai usato? La pasta della distorsione è incredibile.
Il suono di basso “Fish Bowl” nasce dall'unisono con la sezione fiati, baritono e due tromboni. La botta che senti è tutta lì. 
 
 
Pazzesco: non c’è distorsione su quel basso?
No, assolutamente nessuna distorsione è la pasta del basso elettrico amalgamata ai fiati che regala quell’effetto.
Invece, nella parte B, più arpeggiata, ho usato un plugin chorus; sicuramente qualcosa di standard su ProTools
 
La chitarra di "Noir Alley Verdigris" è un dichiarazione d'amore a Andy Summers. E persino i tappeti sonori richiamano Zenyatta Mondatta. Prima Copeland e ora Summers: perchè mi ricorda così tanto i Police questo disco?
Semplice: perché li adoro! Soprattutto il chitarrismo di Summers è stato uno degli aspetti più influenti nella mia formazione ( sono nato nel 1965). Non solo sugli arpeggi, o accordi clean ma anche per certi stilemi caratteristici del chitarrismo reggae, di cui nei Police faceva largo uso.
Quello dei Police era un momento storico in cui stava per esplodere il chitarrismo virtuoso e il fatto che Summers non facesse praticamente assolo, mi intrigò. 
 
Ora vuoi dirmi che non ti piacciono gli assolo di chitarra?
Assolutamente! Penso, per esempio, che Allan Holdsworth sia un genio e – soprattutto - un alieno!
 
Torniamo al suono del basso che su “New House” e “Noir” è davvero notevole. Molto originale nell'utilizzo della distorsione ma lontano dai cliché del bassismo rock.
Ho registrato usando il mio fedele Markbass Multiamp al quale ho aggiunto la distorsione del Markbass minidist per saturare leggermente il suono senza arrivare alla distorsione. Da questo suono di base, dove serviva,  distorcevo abbastanza pesantemente con il Markbass MB7, un distorsero dotato di Eq grafica che permette di intervenire soprattutto sulle frequenze basse.
Niente di fantascientifico e impossibile da provare.
 
Anche su "New House" il basso è doppiato dai fiati?
Sì. Del resto l'uso di una sezione fiati composta da sax baritono e due tromboni è abbastanza inusuale: ed era una di quelle scelte di produzione prese a tavolino che volevo caratterizzassero il lavoro. Volevo rendere alcuni unisoni e riff molto potenti e robusti, senza cercare di arrivare al risultato soltanto alzando il basso nel mix. 
 
Lorenzo Feliciati: "Koi", musica di fusione
 
Che basso suonavi?
Il Cort Rithimic, a 4 o 5 corde che con i pickups Bartolini ha contribuito in maniera decisiva al sound del disco. I Bartolini hanno morbidezza nella pasta del suono e una certa staticità che è necessaria quando si processa molto il suono di un basso.
 
"Oxbow" è un viaggio musicale intensissimo: echi Zappiani, temi alla Davis e a te che batti sul basso in ottavi distorti quasi dark, come fosse un pezzo dei Cure.
E' uno dei miei brani preferiti.  Lo sviluppo finale con il basso distorto con i classici ottavino rock che vanno ad incastrarsi con gli arpeggi di sapore arabo del piano acustico e la batteria di Jansen, sono tutti elementi sulla carta poco vicini ma che hanno funzionato alla perfezione secondo me. E' sicuramente il brano con più sviluppo: è il momento nel quale la carpa intuisce che la foce del torrente non è lontana e quindi usa tutte le sue forze. L'incedere in ottavi del finale è il procedere vincendo la corrente contraria. Hai citato Zappa, Davis, i Cure…wow!
 
C’è un bel contrasto tra “Oxbow” così frenetico e il successivo “Noir Alley Verdigis” molto più disteso, quasi onirico.
“Noir Alley Verdigis” nella sua calma sta a simboleggiare quella riflessione che è necessaria quando ti avvicini al tuo obiettivo. Ma anche quella stanchezza, tentazione di mollare, che a volte ci colpiscono proprio quando si vede il cartello traguardo.
 
Bravo Lorenzo. Se oggi la fusion fosse vissuta così, in maniera emancipata e libera, non sarebbe quel genere patinato e impolverato assieme, che troppo spesso si ascolta.
Cerco di divertirmi. Ma senza masturbarmi; anche a scapito delle possibilità commerciali dei miei progetti…
 
Lorenzo Feliciati: "Koi", musica di fusione
 
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